Gino Paoli, Presidente della SIAE, la Società Italiana Autori ed Editori ieri ha preso carta e penna e scritto alle principali agenzie di stampa ed associazioni di categoria un’accorata nota nella quale spiega le sue ragioni a proposito di quanto sta accadendo in materia di c.d. “copia privata” e, in particolare, dell’ormai imminente varo da parte del Ministero dei Beni e delle attività culturali di un provvedimento attraverso il quale la misura del compenso dovuto da chi acquisterà smartphones, tablet e pc – oltre a dozzine di altri supporti e dispositivi – nel 2014 aumenterà di oltre 100 milioni di euro, raggiungendo la cifra da capogiro di oltre 200 milioni di euro.

La lettera di Paoli, pur dettata dalla dichiarata intenzione di fornire alcuni chiarimenti rispetto alle “demagogiche e complicatissime analisi” che il Maestro riferisce di aver letto e sentito nell’ultimo fine settimana, contiene, in realtà, una lunga serie di inesattezze ed imprecisioni.

Cominciamo dal principio.

Paoli dice che la “copia privata non è una tassa, ma il compenso che si riconosce agli autori, agli interpreti esecutori e ai produttori di contenuti”. Non è proprio così.
Il compenso da copia privata, nel nostro Paese [n.d.r. non è così, in effetti, nell’idea originaria del legislatore europeo secondo la quale la “copia privata” avrebbe dovuto essere un autentico indennizzo] è, tecnicamente, una “prestazione patrimoniale imposta” e, dunque, qualcosa di assai più simile ad una tassa che ad un compenso come hanno, di recente, chiarito i giudici del TAR Lazio.

Ma andiamo avanti.
Il Maestro Paoli dice che la SIAE, a fronte della raccolta della copia privata demandatale dalla legge, non percepirebbe “alcuna provvigione se non il recupero delle spese”.
Guai ad avventurarsi, con un grande cantautore come Paoli, in una guerra sulle parole perché se ne uscirebbe certamente sconfitti.

Anche a chiamarli “rimborsi spese” e non “provvigioni”, tuttavia, la sostanza non cambia: se il Ministro Bray disporrà effettivamente l’aumento delle tariffe della “copia privata” nella misura proposta da SIAE, quest’ultima, nel 2014 incasserà, per sé, oltre dieci milioni di euro a fronte dei quattro milioni attualmente incassati.

E’ per questo che è difficile condividere il modus operandi del Ministero che si è lasciato, sin qui, suggerire il da farsi da un solo soggetto portatore di un rilevante interesse egoistico oltre che di quello collettivo degli aventi diritto.

Ma nella lettera del Maestro Paoli ci sono tante altre piccole e grandi inesattezze.

Paoli riferisce che l’idea di adeguare le nuove tariffe dell’equo compenso alla media europea sarebbe stata del Ministro dei beni e delle attività culturali mentre la SIAE avrebbe preferito – non è chiaro sulla base di quale fondamento economico – parametrare tali tariffe alla media dei due soli Paesi europei, tra quelli “del cosiddetto G8”, nei quali sarebbe in vigore una disciplina sull’equo compenso analoga a quella italiana: la Francia e la Germania.

Anche in questo caso le cose non stanno proprio così e il Maestro Paoli, da grande interprete, canta una sua personalissima verità.
La realtà storica raccontata dai documenti trasmessi dalla “SIAE – Direzione Generale” – come recita la carta intestata – al Ministero è un’altra. Il Ministero, infatti, su suggerimento proprio della SIAE sta assumendo come “media europea” almeno in relazione alle tariffe relative a Smartphones e Tablet, il risultato di una mini-media tra le tariffe attualmente applicate solo in due o tre Paesi [Francia, Germania ed Olanda per i tablet] perché solo in questi Paesi, allo stato, i dispositivi in questione scontano un’apposita tariffa.

La media tra le tariffe in vigore in due o tre Paesi sui ventotto che costituiscono l’Unione Europea non mi sembra possa essere definita una “media europea”.

Il Presidente della SIAE, chiude la sua lettera ponendo “due semplici domande a quanti, incomprensibilmente schierati con le aziende multinazionali che producono gli apparati tecnologici, contrastano l’aggiornamento delle tariffe.”. Ecco la prima domanda: “perché in Italia le tariffe degli smartphone sono a 0,90 centesimi, quelle dei tablet a 1,90 euro e quelle dei telefoni non smartphone a 0,90 centesimi mentre in Germania variano da 16 a 36 euro (secondo le capacità di memoria) e in Francia da 2,80 a 14,72 euro?”
Non si risponde ad una domanda con un’altra domanda ma, in questo caso, la tentazione di chiedere a Paoli perché dovremmo adeguarci a quanto sta accadendo nei due Paesi a lui cari e non agli altri ventisei che costituiscono l’Unione Europea è davvero irresistibile.

La questione, tuttavia, è un’altra.

Tanto per cominciare a scorrere le tariffe francesi pubblicate dall’associazione che si occupa della raccolta dell’equo compenso da copia privata viene, ad esempio, il dubbio che in Francia non sia previsto alcun compenso per i PC, per i quali, al contrario, in Italia, si annuncia l’intenzione di esigere ben sei euro a pezzo.

Credo, poi, che il problema non sia cosa facciano un paio di Paesi europei ma se quanto sta facendo il nostro Paese sia o meno corretto e legittimo. Il “così fan pochi” non è un principio di buon governo e sarebbe opportuno non lo diventasse.

Ed ecco l’altra domanda di Paoli: perché gli autori, gli interpreti esecutori e i produttori di contenuti del nostro Paese non possono avere pari dignità e devono continuare a produrre opere dell’ingegno senza avere adeguato compenso e quindi continuando ad essere figli di un dio minore?”
E’ una domanda retorica che merita una risposta retorica.

Non c’è alcuna ragione per la quale debba accadere una cosa del genere: gli autori meritano di essere compensati in modo equo, puntuale e tempestivo per il loro lavoro ma questo non significa che ogni regola che abbia per obiettivo quello di legittimare SIAE a raccogliere più soldi debba considerarsi per ciò solo legittima.

Caro Maestro, questa volta, temo Lei abbia preso una stecca.

Capita anche ai migliori ma l’importante è riconoscerlo e scusarsi con il pubblico senza correre il rischio di incrinare, per sempre, stima e fiducia.
Chieda al Ministro di avviare una seria consultazione pubblica finalizzata a capire quando, davvero, un supporto o un dispositivo, nell’era dei giardini privati delle grandi piattaforme di distribuzione, può essere utilizzato per una “copia privata” come quelle che si facevano un tempo su cassette, videocassette, cd e dvd e poi si stabilisca, all’esito di questo difficile esercizio, quanto è giusto ed equo che venga riconosciuto ai titolari dei diritti.

Quando si chiede a chi acquista uno smartphones targato apple, android, samsung di pagare un compenso per la musica ed i film che ci registrerà e poi gli si chiede di pagarne un altro – piuttosto salato – ogni volta che vi scarica un contenuto, il dubbio che si stia pretendendo di essere pagati due volte è grande e legittimo.

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