#Beppefirmaqui, #Renziefirmalì. Il buffone sei tu, no sei tu. Dopo l’elezione di Matteo Renzi a segretario del Pd il centro del dibattito politico, l’hashtag come direbbero Matteo e Beppe, è stato conquistato dai finanziamenti elettorali e dai costi della politica. Grillo chiede a Renzi di rinunciare subito ai milioni del rimborso spettanti al Pd, Renzi rilancia chiedendo a Grillo di accettare in cambio le riforme. Il tenero Enrico Letta si infila nella rissa prendendo schiaffoni da entrambi e vara dopo mesi di inerzia un decreto che riforma il finanziamento alla politica, a regime dal 2017.

Dovremmo essere felici perché qualcosa si muove. Invece si ha la sensazione di assistere a una colossale messa in scena a uso dei social network e della tv per nascondere i problemi veri che nessuno sa come risolvere. Forse è normale che sia la Casta il tema principale in una politica che diventa talk, dove la proposta è un hashtag, e il dibattito è un grande talent ospitato nello studio di X Factor.

In piazza, nei bar, in tv, sui giornali si parla solo di stipendi, fatture e mutande. Mentre il ruolo dell’Italia in Europa, il prezzo del fiscal compact sulla società italiana, il patto di stabilità, la distribuzione della spesa tra generazioni, il rapporto tra lavoro e impresa, sono temi difficili per la ‘politica social’. Le convergenze e le fratture si misurano sul terreno periferico del nuovo che avanza, della lotta allo spreco. In questo dibattito drogato Matteo Renzi e Pippo Civati si somigliano, perché sono entrambi giovani, fanno le battute e attaccano Massimo D’Alema. Mentre il leader della Fiom, Maurizio Landini, può abbracciare nel segno del “rinnovamento” il leader della nuova sinistra che applaudiva Marchionne contro gli operai di Pomigliano. La lente dell’alternativa tra nuovo e vecchio, casta e anticasta, deforma tutto.

Intendiamoci: ben venga il taglio dei rimborsi elettorali, ben venga la fine dei contributi all’editoria, ben venga l’abolizione delle Provincie e ben venga pure la discutibile abolizione del Senato. Verrebbe da dire: fate presto e abolite anche le Regioni, i municipi, le comunità montane, le municipalizzate. Dimezziamo gli stipendi dei parlamentari, spazziamo via ogni diaria e rimborso ma poi? Quando avremo trasformato il Parlamento in un convento di vetro, cosa faranno i nostri purissimi e poverissimi parlamentari? Continueranno a tener fede agli impegni presi in Europa con il fiscal compact? Ci imporranno nel 2014 una manovra da 50 o magari da 80 miliardi di euro?

Purtroppo i soldi che mancano all’agricoltore di Fondi, al mobiliere veneto e al trasportatore catanese scesi in piazza in questi giorni non sono tutti finiti nelle tasche dei politici italiani. Per capire qualcosa del male che sta distruggendo l’economia e la società italiana non aiutano tanto i libri, seri e belli, di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, o le inchieste del Fatto Quotidiano sugli sprechi, ma i libri sulla crisi dell’economia mondiale determinata dal crollo della domanda. Il punto centrale non è il rimborso ai partiti nel 2017 ma se nel 2017 l’Italia che conosciamo oggi esisterà ancora. Come si fa a reagire al crollo della domanda interna e alla deindustrializzazione senza la leva della moneta? Questa è la domanda a cui rispondere prima di trovarsi di fronte alle domande successive, più inquietanti e difficili: come si fa ad uscire dall’euro? Oppure: come si fa a salvare la democrazia con la disoccupazione al 40 per cento?

Agricoltori, trasportatori e commercianti, dopo aver votato per anni questi politici, ora assaltano il palazzo accusandoli di averli traditi e derubati. Ma le cose non sono così semplici. Purtroppo i guadagni della Casta non compensano le perdite della piccola impresa. Magari la pancia piena del Palazzo e la pancia vuota dei Forconi fossero vasi comunicanti. Magari bastasse eliminare i rimborsi elettorali, dimezzare i parlamentari e i loro stipendi, chiudere le provincie e le regioni, le comunità montane e le municipalizzate, licenziare i dipendenti dei partiti e i giornalisti dei loro quotidiani, per risolvere i problemi posti dalla crisi. Magari.

L’informazione ha una grande responsabilità. L’Italia è a un bivio e il racconto pubblico di questo momento di svolta è un compito difficile. Rischiamo di incamminarci a occhi bendati verso il baratro con la sicumera di chi è convinto di avere fatto i passi giusti.

Il caso del Monte dei Paschi di Siena può essere d’aiuto per capire gli errori da non fare. L’anno di svolta che ha determinato la fine della banca più antica del mondo è stato il 2008. Se in quell’anno il presidente Giuseppe Mussari non avesse deciso di pagare a debito Antonveneta oggi i senesi continuerebbero ad avere il controllo di una delle maggiori banche italiane e noi non dovremmo pagare 4 miliardi per evitare il crack.

Gran parte della stampa nel 2007 ha raccontato con toni entusiastici la favola rosa della grande operazione finanziaria per poi nel 2012 tirare fuori (dopo il nostro scoop sul falso in bilancio del Monte) la favola nera della banca derubata da politici e manager. Purtroppo non era vera né l’una né l’altra. Mussari non era un grande finanziere ma probabilmente non è neanche un ladro o un corrotto. Era ed è solo un presuntuoso incapace. Ha comprato una banca, Antonveneta, a un prezzo troppo alto rispetto alle sue capacità in un momento sbagliato. E lo ha fatto per assecondare la sua ambizione personale e quella della sua città e del suo partito. Quando offrì 9 miliardi a Botin per una banchetta che ne valeva 3 non si mise in tasca un euro. Quando i politici lo supportarono in questa scelta suicida non  incassarono a Londra una mazzetta miliardaria, nonostante alcuni grandi quotidiani lo abbiano scritto copiando le balle dei giornali berlusconiani. La verità è più complessa e meno piacevole per le masse. Mussari fece quella follia perché i senesi non volevano perdere la mammella della lupa senese dalla quale succhiavano tutti: la squadra di calcio, quella di basket, le confraternite, le fondazioni, compresa quella di Renato Brunetta, i circoli, compreso quello di Giuliano Amato e poi i consulenti e gli imprenditori, compresi gli amici di Denis Verdini.

Se MPS non avesse comprato la banca di Padova, sarebbe divenuta una preda troppo facile per le banche di Milano. Questa è la vera ragione per cui Mussari ha accettato un prezzo che i suoi soci non potevano pagare. Per questo si è indebitato. Per questo ha fatto indebitare la Fondazione e poi ha truccato i bilanci della sua banca per nascondere il buco. Bene. Cosa c’entra Mussari con il momento politico che stiamo vivendo e con il ruolo dell’informazione? Per capirlo basta paragonare l’ex presidente di MPS a Renzi, Grillo o Letta, e i senesi agli italiani.

Mussari ha rovinato Siena e la sua banca perché ha fatto la scelta sbagliata. Non perché guadagnava troppo o perché era un corrotto. Proprio in quell’anno in cui truccò il bilancio per nascondere il buco determinato dall’indebitamento per l’acquisto di Antonveneta, Mussari aveva diritto a un bonus di 150 mila euro. Il presidente del Monte dei Paschi di Siena vi rinunciò. Non solo. Donò al suo partito, il PD, una parte della sua cospicua retribuzione.

Se lo giudicassimo con le categorie anticasta di moda, Mussari sarebbe quasi un giusto. Invece ha rovinato una città e una banca. Se non avesse assecondato le sue ambizioni, quelle della sua Fondazione, del suo partito e della sua città, avrebbe fatto una scelta forse impopolare ma giusta. E sarebbe stato un bravo banchiere anche se avesse guadagnato uno stipendio più alto, persino se avesse incassato un bonus e se non avesse donato un euro a nessuno.

Un manager può distruggere una banca senza intascare un euro e un politico o un partito possono portare l’Italia nel baratro mentre tagliano i rimborsi elettorali. Aboliamo il finanziamento senza tante storie e tanti hashtag allora. Ma, per favore, un minuto dopo cominciamo a rispondere alle domande più difficili. #Chefacciamoconilfiscalcompact? Questo l’hashtag sul quale ci piacerebbe ascoltare Matteo e Beppe.