Ipotesi  sui moti del 9 e 10 dicembre  a Torino (e altrove).
Mi sembra che queste giornate  siano storiche, anche se è  difficile capire se lo siano perché  eccezionali e uniche o perché indicano un nuovo modo di essere e di protestare nella società italiana. Mi sembra anche che Torino sia un po’ epicentro, se non capitale, di questo nuovo e “confuso”  movimento. E altre volte  nella  storia  italiana  dei secoli precedenti Torino è stata epicentro, o capitale, o anticipatrice di qualcosa. Qui soprattutto lunedì 9  e in parte  martedì 10 c’ è stato il più forte sciopero del commercio che si ricordi da decenni, certamente il primo tutto esterno alle tradizionale sigle associative. E sotto Natale! Basterebbe questo, a segnare l’eccezionalità. Ho partecipato via Facebook  e nell’assemblea di lunedì sera alla Mensa occupata, alla discussione tra gente di sinistra (area Sel e dintorni, ma anche in parte pd e  5 stelle) sulla fisionomia di questi moti e vorrei cautamente avanzare alcune  ipotesi.

Escluderei solo le interpretazioni più estreme e schematiche. Non è l’inizio di una rivoluzione né sociale né politica perché non ha nessun “obiettivo intermedio” da ottenere né un tiranno o anche solo un Presidente da mandar via a furor  di popolo. (A meno che non si scopra che è un movimento per le elezioni anticipate! Ma non credo, tanto più che al momento c’è il proporzionale.) Non è neanche solo un abile moto fascista – addirittura, secondo alcuni, alimentato dalla sospetta tolleranza della polizia – perché non è umanamente possibile che in una città come Torino i “fascisti”  possano tanto.

Non voglio sottovalutare né disprezzare l’irritazione “antifascista” di molti degli osservatori di sinistra. Ma anch’essa apre degli interrogativi. Siamo irritati perché conosciamo la genealogia di alcuni dei personaggi promotori? Non basta, non vale. Il loro volantino ufficiale che ho trovato più volte scrive “vogliamo il rispetto della Costituzione.” Ipocrisia? Forse, ma potevano anche non scriverlo.
Siamo irritati perché nel suo concreto svolgersi questo movimento o moto ha dei connotati che potremmo definire fascisti?

Tanto per cominciare, evitiamo di pensare che si possa esorcizzare qualcosa che non ci  piace usando l’etichetta di fascista. Dobbiamo scomporre gli elementi e giudicarli uno per uno e nominarli con altre parole. Per esempio  non ho visto né sentito in queste giornate nulla di razzista. Anzi ho visto ragazzi di seconda generazione o anche immigrati partecipi. Non protagonisti, ma partecipi. E’ indicativo il comizio di un tunisino in piazza Castello a Torino che diceva pressapoco “se in un paese poco sviluppato come il nostro la gente è stata capace di mandare via chi  meritava di essere cacciato, a maggior ragione lo si dovrebbe e potrebbe fare qui”. Avanzo una ipotesi: sia tra i presunti capi che tra molti dei partecipanti a questi moti il modello e l’auspicio è quello che hanno visto in tv accadere in Egitto o in Tunisia o in Ucraina. E quindi con le bandiere nazionali, i blocchi stradali, le piazze occupate, i negozi fatti chiudere. Ma che ne sanno del 1922, che gliene importa?

Continuo con l’analisi della “irritazione antifascista”. Siamo indignati dai modi di fare, dalle urla grezze, dai picchetti? Dalla violenza? Ma quanta e quale violenza c’è stata? Mi colpiscono le osservazioni di un militante di Sel indignato perché dei ragazzi sono entrati in un’altra scuola e hanno interrotto le lezioni incitando tutti a unirsi “agli italiani”. Il richiamo a unirsi agli italiani ci è giustamente estraneo e sospetto. Ma, diamine, devo raccontare quante  saracinesche ha tirato giù, quanti ingressi a scuola o al lavoro ha impedito, quante lezioni in altre scuole ha interrotto negli anni ’70 un giovane pierino di sinistra timoroso e ben poco militare come me? Più fondata mi pare ovviamente la  “irritazione ” per il carattere maschile maschilista e “tamarro” delle manifestazioni, spesso affini agli spostamenti dei tifosi. Ma qui usciamo dalla falsa questione fascismo/antifascismo per osservare le inevitabili differenze tra mobilitazioni che hanno come protagonisti  i lavoratori dipendenti e/o gli studenti universitari e quelle che hanno come protagonisti lavoratori indipendenti poveri o impoveriti ( piccoli commercianti, ambulanti, artigiani, camionisti) più i ragazzini – studenti o no – “stile tifosi” che peraltro a Roma si erano spesso aggregati a scontri “di sinistra”.

Mi sembra interessante questo articolo di Info Aut, non perché sia il mio punto di vista, ma è sicuramente quello di intenditori della protesta e dei movimenti sociali.

Non  so se sia possibile che si metta in contrapposizione o in concorrenza con questa specie di movimento uno schema di mobilitazione di  piazza e/o di sciopero più colto e più di “sinistra”  come quello degli indignados, tanto per intenderci. Se non è successo finora in Italia, perché dovrebbe succedere adesso? Ne dubito. Credo solo, sul piano dell’analisi, che si debba riconoscere e rispettare la protesta sociale presente in questa strane giornate torinesi. Non pretendere di spiegarne la forza con dietrologie. Il che non significa vezzeggiarla o correrle dietro. 

(Ma qui comincia tutt’un altro discorso. Temi come la decrescita sostenibile, la redistribuzione delle occasioni  e dei posti di lavoro, l’unione più equa ed efficace  o la disintegrazione dell’Europa probabilmente richiedono  più impegno che protesta. Ma  questo appunto è un altro discorso).