In questi giorni si moltiplicano le iniziative a tutela della sicurezza del collega Nino Di Matteo. Si è valutata anche l’ipotesi di utilizzare un carro armato modello Lince per i suoi spostamenti e di limitare i suoi interventi e la sua partecipazione alle udienze in trasferta. 

Come noto, si tratta di un valorosissimo Pubblico Ministero di Palermo che sta portando avanti il delicato processo sulla trattativa Stato-mafia. La tesi da lui sostenuta è che dietro gli attentati, che hanno portato alla morte il collega Borsellino e determinato la fase stragista degli anni novanta non ci fosse solo la mafia, ma anche altri e ben “sovraordinati” poteri, strettamente interrelati tra loro, in una logica di inconfessabili alleanze.

Francamente non ho mai creduto che la mafia si possa identificare in rustici personaggi delle campagne siciliane, semianalfabeti, ma in grado di gestire appalti, alta finanza e complessa burocrazia. Più facile che la mafia sia il solo braccio armato di qualcosa di ben più organizzato e diffuso (qualche collaboratore di giustizia ha fatto un significativo paragone con il corpo umano, in cui la mafia sarebbe solo la forza fisica, ma il cervello ed il sistema nervoso di comunicazione sarebbero da cercare altrove), in grado di usare la mafia stessa a proprio piacimento, restando pressoché invisibile.

Ed allora, le minacce di un contadino siciliano, isolato in carcere da anni e che ha uno scarso accesso alle informazioni di stampa, mi lasciano molto perplesso.

Mi stimola invece più di una approfondita riflessione la circostanza che le minacce di morte nei confronti del collega Di Matteo, come riportate dalla stampa in base a fonti non verificabili ai più, si traducano in una sorta di “contrappasso”, non lontano da logiche proprie di ben altri ambienti: tu sei “colpevole” di aver accusato noi di aver provocato morti e stragi non fermandoti allo “scudo” dell’area armata mafiosa, allora dovrai morire per (apparente) mano stessa di quella mafia. Insomma, siamo proprio sicuri che si tratti di semplice mafia? E che interesse avrebbe, oggi, punire un magistrato che al più “toglierebbe” responsabilità all’associazione criminale, per attribuirla ad altri?

Voglio chiudere queste mie poche righe manifestando la mia vicinanza personale, quale presidente dell’Associazione Magistrati Italiani, al collega, e segnalando che, a differenza di quanto accadde al collega Giovanni Falcone, Nino Di Matteo – peraltro anche lui oggetto di attenzioni, in questo caso disciplinari, da parte della magistratura stessa – ha ricevuto la solidarietà da parte di centinaia di magistrati, che hanno indirizzato al CSM una lettera di solidarietà e preoccupazione.