Giovanni Balestri è il geologo consulente tecnico delle principali inchieste giudiziarie sullo scempio ecologico campano. A cominciare dalla vicenda della Resit di Giugliano (Napoli), discarica autorizzata che ha finito per ingoiare ogni genere di veleno, oggetto di un processo concluso poche settimane fa con la condanna in primo grado del boss dei Casalesi, Francesco Bidognetti, a 20 anni per disastro ambientale. Ilfattoquotidiano.it lo ha intervistato, a pochi giorni dall’approvazione del decreto per intervenire nella Terra dei Fuochi.

Partiamo proprio dal decreto: altri 600 milioni di euro per bonificare questi territori gravemente compromessi sono sufficienti?
“Il problema non è avere soldi in abbondanza. Il problema è utilizzarli bene, ovvio. Un professionista oculato spende la metà per svolgere lo stesso lavoro di un professionista meno oculato o inesperto. In Italia i preventivi di spesa vengono sempre sforati, come se si fosse alle prese con un hard disk, lo si riempie fino in fondo sicuro che basti, ma poi se ne deve compra un altro. Io penso che 500 milioni di euro potrebbero essere sufficienti per bonificare tutti i siti campani che ho in mente. Ne arrivano 600? A maggior ragione dovrebbero bastare, purché ci sia in fondo una cultura di giudizio e di amor proprio per la cosa pubblica, che finora, purtroppo, non ho visto”.

Marco De Marco, direttore del Corriere del Mezzogiorno, ha scritto che bisogna pensare all’ipotesi di interdire definitivamente al pubblico certe aree dove l’inquinamento è irrimediabile. Impedendo di viverci e di transitarci. Secondo lei potremmo essere già arrivati a questo punto?
“Le discariche nate autorizzate e morte in un certo qual modo abusive, hanno causato un danno, ma si sa dove stanno e possiamo pensare a un loro confinamento e risolvere il problema. Per quanto riguarda i posti dove hanno sversato di nascosto, si tratta di posti sub superficiali, dove il materiale è stato messo al massimo a cinque metri di profondità. Nella zona dell’agro-aversano, la falda è abbastanza lontana dalla superficie e interdire le aree potrebbe essere un provvedimento eccessivo. Basterebbe ripulirle dai rifiuti. Detto questo, basterebbe prendere le foto satellitari e aeree in archivio, effettuare anche nuovi voli, e vedere nel tempo le modifiche che non corrispondono a nessuna attività agricola, e in un mese la mappatura delle zone ipoteticamente contaminate è pronta per la verifica sul territorio, dopodiché la si interdice fino a quando non si bonifica”.

Magari andava fatta prima.
“La proposi già nel 1998 alla Guardia di Finanza, che mi ha supportato in questi anni in tante attività di indagine e che ringrazio per l’ottimo lavoro. Però risposero che occorrevano 900.000 dollari per far tarare e aggiornare i sensori ormai obsoleti negli Stati Uniti. Ma quei soldi non c’erano e la faccenda fini lì. Nessuno poi ha fatto nulla. Direi che abbiamo perso 14 anni per soli 900.000 dollari. Sarebbero poi bastati quattro voli l’anno, uno a stagione. Pensi a quanto avremmo risparmiato adesso e quanti scempi avremmo evitato”.

Nel suo ruolo di consulente della Procura ha ispezionato una dozzina tra le località più inquinate tra Napoli e Caserta. Quale sta messa peggio?
Giugliano e le sue discariche. Ma anche la problematicità di Castelvolturno è molto grave: c’è il mare vicino, ci sono i cosiddetti laghetti e la falda si trova ad appena un metro sotto il piano di campagna. Lì, a parità di condizioni rispetto ad altre aree, la potenzialità della contaminazione è maggiore”.

Eppure a Giugliano vorrebbero realizzare quello che la politica chiama termovalorizzatore e i comitati chiamano inceneritore. Quel territorio già così compromesso è in grado di assorbire il peso di questo impianto?
“Io sono solo un fornitore di dati scientifici, sono consulente della Procura ancora adesso e non esprimo giudizi. Dico però che la normativa prevede che i siti adibiti a discarica, una volta chiusi, non possono essere riavviati ulteriormente. Il legislatore intendeva così evitare di sovraccaricare lo stesso territorio di ulteriori problematicità ambientali: dunque penso che intendesse dire che se non si deve insistere con le discariche, non si dovrebbe insistere nemmeno con altro”.

Lei oltre alla Campania è stato consulente anche in Calabria e in Sicilia: qual è la mafia che ha fatto più danni all’ambiente?
“La malavita calabrese forse è la peggiore in assoluto, ma spesso ha realizzato discariche abusive in zone così lontane dalla civiltà che quasi quasi nessuno se ne accorge. In Sicilia ho riscontrato sì un forte degrado ambientale, ma forse il mafioso siciliano ama la propria terra più del camorrista campano e ha realizzato cose meno impattanti ed eclatanti. La camorra è stata invece capace di inquinare territori fertili invidiati ovunque”.

In una perizia allegata agli atti di un paio di processi sulle vicende della Resit di Giugliano, lei ha definito le analisi della falda compiute dall’Arpa Campania dei primi anni 2000 “carenti, inutili, superficiali” e orientate a occultare i danni in corso. Oggi, a distanza di dieci anni, possiamo fidarci della qualità dei controlli svolti dalle autorità pubbliche?
“Penso di sì, grazie anche a una pressione mediatica molto forte, personale e laboratori si sono allineati su pratiche efficienti e scientificamente corrette. Però ci si disperde un po’, c’è una sovrabbondanza di dati. 
Un’ordinanza della presidenza del Consiglio dei Ministri riporta che tutto ciò che parte dai commissariati per le bonifiche debba essere fatto in sintonia con l’autorità giudiziaria. Cosa vuol dire? Significa che ad esempio il commissario De Biase, che lavora alla problematica della Resit e di altri siti vicini, sa che tutto ciò che fa, passa sulla scrivania del pm Milita, che a sua volta gira le carte a me per un giudizio sommario, quindi entro certi limiti. Quindi so per certo che si producono migliaia di dati, e quando me li vedo arrivare tutti insieme mi chiedo se addirittura non siano troppi. Tante cose si fanno per eccesso di scrupolo, e il risultato è che si allungano i tempi, forse anche si dilatano i costi, ma non entro in merito, e l’obiettivo magari si allontana. Ma questo è un tipico approccio all’italiana, viziato anche da prassi amministrative veramente contorte. E lo dico senza spirito polemico”.

A proposito di costi, quante risorse necessitano per accertare i danni ambientali?
“Non ci vuole molto, basta fare le cose con buon senso, intelligenza e soprattutto con esperienza, spesso in questa materia complessa e multidisciplinare ci si improvvisa. Il costo enorme invece consiste nel ripararli. Con le bonifiche. Peraltro, le tabelle ministeriali dei compensi di qualunque consulente tecnico che opera nel mio campo, di qualunque procura italiana, hanno del ridicolo, prezzi che sono quasi un decimo del tariffario del mio ordine professionale”.