Meritocrazia è un concetto (abusato) introdotto originariamente nella nostra cultura con un libro ironico (The Rise of Meritocracy di M. Young, del 1958), che è poi diventato tragicamente serio. Così serio che il ministro Gelmini nominò a suo tempo l’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (Anvur, in effetti già prevista dal governo precedente) con la funzione di stilare una classifica meritocratica delle università italiane da usarsi per la ripartizione della quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario (Ffo). Il vero intento del governo dell’epoca, presieduto dall’On. Berlusconi, era stato esplicitato senza mezzi termini dal ministro Tremonti: tagliare drasticamente il finanziamento dell’Università riportando l’istituzione alle dimensioni che aveva negli anni ’80. Mentre nel resto dell’Europa si cercava di progredire in Italia si cercava di regredire di trent’anni. La meritocrazia misurata dall’Anvur non era che un pretesto e il risultato doveva essere punitivo.  

Da allora i compiti dell’Anvur si sono estesi e l’agenzia ha effettuato due valutazioni distinte: la Valutazione Quinquennale della Ricerca (Vqr) per il settennio 2004-2010 (il concetto di “quinquennale” al Ministero non era completamente chiaro) e la ricognizione della produttività individuale dei docenti e ricercatori da utilizzarsi per i concorsi di abilitazione nazionale dei professori universitari (le famose e famigerate mediane: sono ammissibili al concorso i candidati la cui produzione scientifica è superiore al valore mediano del settore scientifico-disciplinare di riferimento).

Alla persona comune, non impegnata nella ricerca o nella docenza, l’obiettivo di misurare la qualità della ricerca può apparire semplice: non si fanno forse classifiche delle squadre di calcio? Non si danno i voti ai bambini nelle scuole? Allo stesso modo si potranno dare i voti ai docenti universitari e stilare classifiche delle università. Purtroppo l’operazione non è altrettanto semplice: occorre definire dei parametri di riferimento rispetto ai quali effettuare le misure, ed i parametri diventano inevitabilmente obiettivi dei docenti e ricercatori. Se i parametri sono scelti male tutto il personale dell’istituzione si mette a lavorare male per conseguirli, perché rispetto a quelli viene valutato. L’Anvur, in omaggio al precetto “non sappia la tua mano destra cosa fa la tua mano sinistra”, ha stabilito per le abilitazioni nazionali parametri e criteri contrastanti con quelli adottati per la Vqr: infatti nel primo caso si valuta il numero di pubblicazioni e di citazioni ottenuto dal docente nel decennio precedente, che deve essere superiore ai parametri mediani del settore, spesso molto elevati; nel secondo caso si valutano le due migliori pubblicazioni effettuate dal docente nel quinquennio precedente (ne furono richieste tre per il settennio 2004-2010; è annunciata la prossima Vqr, che coprirà il quadriennio 2011-2014; saranno richieste 1,6 pubblicazioni scientifiche per docente?). In pratica l’indicazione per l’abilitazione nazionale è “tanto, anche se di qualità modesta” mentre quella per la Vqr è “poco ma buono”. Per l’abilitazione nazionale non è stata valutata l’attività didattica, mentre nel caso della Vqr sono stati utilizzati indicatori riferiti all’intera istituzione, ma non ai singoli docenti, che in entrambi i casi sono stati disincentivati dall’insegnamento. Non è stata valutata nella Vqr la gestione economica delle istituzioni, e sono state premiate università soggette a procedimenti amministrativi.

Poiché i parametri valutativi indicati dall’Anvur sono contrastanti tra loro e comunque costituiscono pessime indicazioni per i docenti e per gli Atenei, gli organi di valutazione interni delle università e le commissioni per le abilitazioni nazionali si sono in molti casi proposti di migliorarli, indicandone altri, e creando involontariamente ulteriore confusione: i docenti e ricercatori non sanno come saranno valutati, anzi sanno che saranno valutati diversamente a seconda della valutazione in corso. Purtroppo valutazioni fatte male, con scarsa professionalità,  e con criteri contrastanti sono peggiori di nessuna valutazione: confondono i soggetti valutati, e incoraggiano comportamenti dei singoli che vanno a detrimento delle funzioni dell’istituzione.