Nel mio partito si è appena concluso un congresso strano e bellissimo. Migliaia di persone coinvolte, una straordinaria discussione circolo per circolo, in tutta la penisola, con l’unico risultato evidente di aver eliminato Gianni Pittella dalla corsa alle Primarie.

Eh già, perché non è molto chiaro il senso profondo della doppia consultazione che, come tutti sanno, per gli altri tre prosegue fino all’8 dicembre. Sembrerebbe una circostanza irrilevante di pura procedura, in realtà è di più: è continuare a rimandare la decisione su che forma-partito debba avere il Pd. Le Primarie per la scelta del segretario nazionale richiamano all’idea di un partito leggero, più comitato elettorale che organizzazione di massa, dove gli iscritti sono supporter, dove eletto il leader si è fatto il più, lo spoil system risolverà dall’alto il problema della linea politica e dell’organizzazione pratica. Il congresso tra gli iscritti fatto con le tessere presuppone invece un partito solido, radicato nel territorio, fatto di iscritti che si sentono militanti ma anche un po’ dirigenti, fatto di persone che vogliono dire la loro sempre, che vogliono avere voce in capitolo sulle tematiche nazionali e piena autonomia su quelle locali.

Mantenere entrambe le modalità di consultazione non è un giusto compromesso, non è la “naturale via di mezzo” ma è, come troppo spesso succede ultimamente al Pd, ritirarsi dal fare una scelta netta.

Ovviamente questa colpa non è attribuibile ai quattro sfidanti, che si sono battuti  energicamente con le regole vigenti ma alle due precedenti segreterie, quella pro tempore targata Epifani e la plenipotenziaria Bersani, che non hanno avuto la forza di modificare un regolamento congressuale schizofrenico, operando una scelta precisa.

Secondo la mia personalissima opinione la modifica avrebbe dovuto seguire un semplice principio: con il congresso si elegge il segretario del partito, che è il rappresentante di una comunità di persone prima che un acchiappa-voti, e con le primarie si elegge il leader della coalizione che si candida a governare. Ma, ripeto, la questione è definire un modello, l’importante è decidere.

In ogni caso Renzi ha vinto anche nell’appuntamento interno (e meno male, anche per me che non l’ho votato: nei miei peggiori incubi c’era lo sdoppiamento di un Papa eletto nei circoli e di un anti-Papa, eletto nei gazebo) e per lui si apre una cavalcata trionfale che lo consacrerà segretario alle primarie dove, per proprie capacità comunicative e per lo strapotere mediatico, non ha rivali.

Dopo l’8 dicembre per lui si aprirà la fase più difficile, perché per i grandi comunicatori la prova della responsabilità, dell’azione concreta è sempre la più difficile. Nei suoi confronti, nonostante le diffidenze e le molte cose che non convincono c’è molta speranza. Lo si è visto nei circoli, dove la voglia di cambiamento spesso è stata più forte delle idee politiche e delle storie personali. Questo fatto ovviamente racchiude in sé un grande pericolo (sono immensi i danni che si possono fare nel segno del cambiamento fine a sé stesso) ma resta comunque un segnale dal quale il nostro partito non potrà prescindere.

Con questo risultato Renzi sa che adesso non è più lo scugnizzo, il corpo estraneo, venuto da Firenze per distruggere la sinistra, ma si appresta a diventarne addirittura il capo, e non con un golpe, ma perché si è conquistato la fiducia, prima ancora che di milioni di elettori, di migliaia di iscritti e attivisti.

Io ho sempre avuto molti dubbi nelle reali qualità dell’uomo, ma credo nella democrazia e nella partecipazione, e non posso che sperare che faccia bene, adesso ne ha tutti gli strumenti.
Finalmente vedremo di che pasta è fatto, e sarà dura più di quanto si aspetta: la responsabilità di scelte difficili sarà in gran parte sulle sue spalle e non ci sarà più un D’Alema o un Veltroni a cui dare la colpa.

@lorerocchi