Ieri abbiamo assistito all’ennesima puntata di un Paese cialtrone e quantomeno ipocrita. Dapprima il multipoltronista presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua lancia l’allarme sullo squilibrio della spesa pensionistica a causa dei costi ereditati dall’Inpdap, poi – forse richiamato all’ordine dall’alto, nel terrore che l’Ue ci commissari – qualche ora dopo interviene correggendo il tiro. Così fa immediatamente il ministro Saccomanni, tranquillizzando tutti. Abbiamo scherzato, pare di leggere tra le righe. Ma sul futuro delle generazioni non si scherza. Affatto.

L’Inps è un mostro che non ha eguali in Europa. Ha 30.000 dipendenti (ne aveva 40.000!), costa 2,5 miliardi di euro annui solo di funzionamento, ha accorpato 8 enti previdenziali e si occupa del trattamento pensionistico di un quarto della complessiva popolazione italiana. Il nuovo grande Leviatano Inps ha erogato nel 2012 ben 21,1 milioni di pensioni sia di natura previdenziale che assistenziale a circa 15,9 milioni di cittadini per una spesa complessiva (comprese le indennità agli invalidi civili) di 261,3 miliardi di euro. L’Inps ha sottolineato che la spesa pensionistica ha raggiunto il 15,86% del Pil e che rispetto all’anno 2011 la spesa pensionistica ha registrato un aumento di 66,9 miliardi di cui 63,3 connessi all’incorporazione di Inpdap e Enpals.

Capite che sono numeri mostruosi che non possono passare inosservati al pari delle parole che si lanciano come macigni. Numeri che possono segnare il destino di un Paese intero e che di fatto stanno già segnando.

Negli ultimi 20 anni abbiamo avuto tante riforme (Amato 1995, Dini 2004, Maroni 2007, Fornero 2012) che lentamente, da ultimo, hanno tentato di tappare le enormi falle create da una classe politica di inetti, non lungimiranti, preoccupati solo di mantenersi il consenso col garantire pensioni sostanziose o comunque generose, fondate sul retributivo e su un’anzianità contributiva per accedere alla pensione a volte imbarazzante (si pensi solo ai baby pensionati). Pensioni in cambio di consenso, creando ogni anno un buco della spesa pubblica enorme.  

Negli ultimissimi anni abbiamo così assistito a scelte improvvise e psicotiche (innalzamento dell’età pensionabile, esodati, blocchi di indicizzazioni) anche necessarie dinanzi all’irresponsabilità delle non scelte del passato. Il quadro surreale è completo ed è completato dalle dichiarazioni di ieri. Si naviga a vista.

Ma ciò che è ancor più grave è la difesa ad oltranza della scelta gerontocratica politica dei cosiddetti “diritti quesiti” che nulla sono se non privilegi cristallizzati ed incrostati per effetto di scelte di dubbia legittimità. I diritti acquisiti detti anche diritti quesiti sono quella particolare categoria di diritti che, per giurisprudenza costituzionale costante, si ritengono, una volta entrati nella sfera giuridica di un soggetto, immutabili. Qualcuno, per vero, ha osservato come una tale lettura dei giudici costituzionali non sia proprio imparziale ma molto interessata e volta a salvaguardare le proprie sontuose pensioni. Non ultimo che investe tutta la tematica delle pensioni d’oro, ad appannaggio della politica e dei tanti boiardi di Stato. Appunto, uno Stato delle pensioni pietoso.

Già questa primavera ebbi modo di sottolineare come invece vi sia spazio per affrontare serenamente e laicamente la discussione dei privilegi acquisiti, nell’interesse delle generazioni attuali e future, chiamate non solo a scontare un futuro pensionistico molto rigoroso se non incerto (stante la grave situazione economica) ma soprattutto a pagare le pensioni degli attuali pensionati e di quelli prossimi alla pensione. Con piacere ho apprezzato al riguardo, nelle settimane successive, aperture da parte di Ichino, Alesina ma anche di autorevoli firme come Gian Antonio Stella. Qualcosa si smuove.

Il patto generazionale va scritto tra le generazioni del passato e quelle attuali, altrimenti diventa un atto unilaterale, imposto con violenza ed arroganza ai giovani, privandoli del futuro. Un patto invalido perché viziato. E la stagione dei “vizi”, a spese altrui, è finita.