In Italia è in atto uno scontro generazionale. Inutile negarlo. Ed anzi, aggiungo io, viva iddio! Lo scontro, da un lato, tra la generazione che ha fatto scempio di questo Paese e che senza alcun pudore pretende di perseverare, e dall’altro, tra una generazione alla quale è stato negato (opprimendola, relegandola, soffocandola) di assumersi responsabilità, in ogni campo. Una generazione, la prima, che dopo avere smembrato il cadavere si arroga il diritto di impartire le istruzioni per riesumarlo. In tal senso la classe politica è solo un emblema.

Una generazione di gerontocratici, avidi e incompetenti che invece di farsi da parte e porgere le sentite scuse alle generazioni attuali e soprattutto a quelle future, continua ad ostacolare un vitale cambiamento. L’unica speranza che ha questo Paese. Al pari di una donna bellissima e molto dotata ma anche molto dissoluta.

In tale immobilismo – imposto dall’alto di chi governa nella stanza dei bottoni e non ne vuole uscire se non per l’urna, “cineraria” -, coglie la mia attenzione da tempo il dogma dei diritti quesiti nella materia delle pensioni. Che potrà apparire marginale nel dibattito attuale ma che, a ben vedere, non lo è per niente, atteso che per l’Inps “La spesa per pensioni e connessi trattamenti di famiglia nel 2011 risulta pari nel complesso a 195,8 miliardi di euro così ripartiti: 170,5 miliardi di euro per trattamenti previdenziali e 25,3 miliardi di euro per trattamenti di natura assistenziale (tra questi, 16,7 miliardi di euro per erogazioni a favore di invalidi civili). I pensionati Inps sono 13.941.802”. Circa 200 miliardi all’anno.

Una fetta notevole della spesa pubblica, solo in parte alimentata da contributi privati versati nei decenni passati, nel quale il regime retributivo l’ha fatta da padrone e soprattutto dove si sono susseguite tante riforme poco lungimiranti, molto premianti (dalle c.d. baby pensioni alle c.d. pensioni d’oro). Una fetta che è una vera e propria voragine, da tappare con i soldi dei contribuenti e che aumenta il debito pubblico in modo vertiginoso.

Un debito pubblico che si eredita grazie a scelte sbagliate, avventate, irresponsabili e irragionevolmente generose. Una voragine quella pensionistica creata dalla volontà di gestire i soldi pubblici come se fossero infiniti, regalando privilegi a piè mani. Riforme che non hanno saputo prevedere un aumento significativo dell’età media ed anzi all’opposto scambiando consenso con l’anticipazione dell’età pensionabile. Riforme che solo tardivamente hanno introdotto il sistema contributivo, con l’intento di non creare nuovo debito. Riforme che hanno creato una nuova categoria, quella degli esodati, il cui conto presenterei alla illuminatissima (ma soprattutto lacrimosissima) Fornero. Prego la Corte dei Conti di prendere nota.

Un debito pubblico frutto di scelte invalide, viziate. E qua passo al punto nodale: il dogma inviolabile dei diritti quesiti. Ossia una particolare categoria di diritti che una volta entrati nella sfera giuridica di un soggetto si considerano, i diritti, acquisiti ed immutabili. Al riguardo v’è tutta una vasta e sconfinata dottrina e giurisprudenza che può dar luogo ad un trattato. Essi affondano la propria ratio nell’art. 25, comma 2 della Costituzione, in ragione dell’efficacia della norma di legge nel tempo (tempus regit actum) e dunque investe la portata irretroattiva della legge. Un principio sacro mai travalicato nella materia delle pensioni.

In pratica per le pensioni vige un principio che mi ricorda molto (con il dovuto rispetto) il passaggio della Tarantella “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdámmoce ‘o ppassato, simmo ‘e Napule paisá!.”

Tradotto in modo molto più semplice, per le nuove generazioni oggi travolte dai gravi errori del passato, è come dire “Cari, ci spiace se in passato: a) non abbiamo saputo prevedere ciò che la scienza già indicava, ossia l’allungamento della vita e non di poco; b) abbiamo male gestito il debito pubblico regalando baby pensioni e pensioni d’oro, privilegi di ogni tipo; c) abbiamo generosamente insistito sul modello retributivo senza correggerlo; d) abbiamo malamente gestito il baraccone INPS e altri enti connessi. Ci spiace, tanto. Pagherete voi e i vostri figli, con buona pace per tutti. Amen.”.

A mio avviso i tempi sono invece maturi affinchè la Corte Costituzionale ed il legislatore correggano il principio dei diritti quesiti, evidenziando come non possa essere applicabile alle pensioni, per molte di quelle riforme in quanto i presupposti di fatto e di diritto erano palesemente invalidi. Diversamente avremo gravi diseguaglianze.