Ben note e meritorie sono le attività di Greenpeace a favore dell’ambiente che durano oramai da parecchi anni. Nel corso di tali attività l’organizzazione si è scontrata varie volte con gli interessi degli Stati e di potenti gruppi privati. Un caso che fece storia, anche nell’ambito del diritto internazionale, fu quello del Rainbow Warrior, quando i servizi segreti francesi sabotarono, collocando una carica di esplosivo, una nave di Greenpeace che stava manifestando contro i test nucleari in Polinesia, provocando la morte del fotografo Fernando Pereira. Nel caso giudiziario che ne conseguì, il Tribunale arbitrale costituito da Francia e Nuova Zelanda ebbe modo di affermare alcuni importanti principi di diritto internazionale relativi alla responsabilità degli Stati.

Oggi siamo di fronte a un nuovo grave attacco alla benemerita organizzazione. Si tratta dell‘arresto, avvenuto il 18 settembre scorso, di ventotto attivisti, un fotografo e un operatore freelance da parte delle forze speciali russe, mentre protestavano contro la trivellazione dell’Artico a fini petroliferi. Come denunciato da Greenpeace, queste persone, fra le quali un italiano, Cristian D’Alessandro, rischiano pene spropositate essendo stati indebitamente accusati prima di pirateria e poi di vandalismo. La tutela dell’ambiente costituisce oggi un imperativo assolutamente prioritario per tutta la comunità internazionale. Lo sfruttamento selvaggio delle risorse portato avanti da Stati e multinazionali rappresenta una minaccia per zone come l’Artico che sono di importanza strategica per la conservazione ambientale. Al contrario di quanto avvenuto per l’Antartide, manca una protezione adeguata a livello internazionale, data l’esistenza di fortissimi interessi contrastanti di vari Stati, fra i quali appunto la Russia, gli Stati Uniti ed altri. Ci troviamo quindi di fronte a una situazione di anomia che favorisce azioni unilaterali fortemente dannose. Tanto più in un contesto come quello attuale, caratterizzato da sempre più frequenti disastri ambientali dovuti al cambiamento climatico, come da ultimo il ciclone che ha devastato le Filippine.

La comunità internazionale si trova nel momento attuale in una situazione nella quale ancora prevalgono interessi parziali di Stati o imprese multinazionali di fronte a quelli dell’umanità nel suo complesso alla salvaguardia dell’habitat che ha consentito la nascita e lo sviluppo della specie umana. Tale situazione rischia di protrarsi fino alla definitiva estinzione dell’umanità. Per contrastare tale rischio si richiede la messa a punto di obblighi penetranti che limitino le possibilità di sfruttamento delle risorse a beneficio dell’ambiente. Non c’è tempo da perdere. In particolare è necessaria l’adozione di un trattato che disciplini le attività che si possono compiere nelle zone artiche, che tuttora non esiste. Occorre attuare, anche per quanto riguarda l’Artico, il regime di salvaguardia implicito nel principio del patrimonio comune dell’umanità. L’area in cui applicare tale principio dovrebbe essere identificata sulla base di criteri di carattere ambientale, che risultano ovviamente spesso radicalmente differenti da quelli di ordine geopolitico od economico.

Nell’attesa di un tale nuovo regime, assume particolare valore l’azione svolta da movimenti e organizzazioni dedite alla lotta per la tutela ambientale, tra le quali Greenpeace assume, per la sua storia e il valore delle sue iniziative, una particolare importanza. Per questi motivi occorre indirizzare al governo russo un appello affinché gli attivisti e gli operatori dell’informazione incarcerati vengano immediatamente liberati anche in considerazione delle alte finalità di ordine internazionale che la loro azione, del resto rigorosamente non violenta, ha perseguito.