Dalla rivendicazione di “aver agito in buona fede” Anna Maria Cancellieri, con un crescendo rossiniano davvero stonato per un ministro dal profilo “tecnico” e misurato, è passata alla vigilia dell’appuntamento in aula all’ammonimento perentorio, urbis et orbi, che non si sarebbe fatta “intimidire dal metodo Boffo”.

E da Strasburgo dove si è occupata di sovraffollamento carcerario e ha proposto, tra l’altro “la detenzione aperta” con solo 8 ore giornaliere in cella, ha dichiarato “se il paese me lo chiederà farò un passo indietro; l’importante è che vada avanti il governo Letta”.

Forse il profilo da attaccante e la sicurezza nel rivendicare la bontà ed anzi la “doverosità”  del suo interessamento per un ennesimo “caso umano” saranno derivati dalla solidarietà di Enrico Letta che avrebbe respinto per ben due volte le sue dimissioni o chissà anche dai sondaggi, come quello di IPR Marketing che la collocano, almeno fino a pochi giorni, fa tra i primi cinque ministri nel gradimento degli italiani, con il 32% dei consensi.

Ma probabilmente il ministro che si è presentato in Senato rivendicando orgogliosamente  il suo operato, con l’unica concessione dei toni familiari inappropriati con la compagna di Salvatore Ligresti, è anche, e soprattutto, forte della consapevolezza che se venisse sfiduciata, la questione del nome con cui sostituirla potrebbe essere veramente fatale per il governo delle larghe intese.

Anna Maria Cancellieri ha sottolineato che se non si fosse interessata al caso di Giulia Ligresti sarebbe venuta meno ai suoi doveri d’ufficio, che non è vincolata da debiti di gratitudine nei confronti di alcun centro di potere, che la scarcerazione della sua “segnalata” è avvenuta al di là di qualsiasi suo intervento, come ha ribadito il procuratore capo Giancarlo Caselli.

Il punto, come sa chi voglia analizzare la questione senza incorrere nelle deformazioni dei falsi amici in agguato della Cancellieri che vorrebbero sostituirla magari con Nitto Palma, non è se i magistrati che hanno disposto la scarcerazione unicamente sulla base della perizia medica e sulla richiesta di patteggiamento si siano fatti “condizionare”  dall’interessamento del ministro.  

I parallelismi del duo Santanché-Minzolini e “lealisti” di complemento con le telefonate in questura di Berlusconi per “la nipote di Mubarak” tali da giustificare “la richiesta degli ispettori a Milano” per fare le pulci ai magistrati che hanno condannato Berlusconi in primo grado per concussione e prostituzione minorile, come se in quel caso non si trattasse di un reato per coprine un altro, fanno parte del folklore tragicomico abituale.

Come ha sintetizzato perfettamente Maurizio Crozza nella sua copertina di Ballarò, i casi Berlusconi-Ruby e Cancellieri-Ligresti hanno in comune solo l’uso del telefono.

Ma la dichiarazione di disponibilità incondizionata di un ministro della Giustizia, come è avvenuto con la telefonata del 17 luglio,  alla famiglia di Don Salvatore Ligresti, un personaggio che doveva scomparire dal panorama imprenditoriale italiano già con Mani Pulite, da sola basterebbe in qualsiasi democrazia sana a consigliarne le dimissioni.

A questo va aggiunta la consolidata consuetudine di rapporti in qualità di prefetto con costruttori di “non chiara fama” e una rete di intrecci amicali-familiari dove al centro ci sono Tonino e  Salvatore Ligresti; quest’ultimo un pluricondannato sempre in auge con amici trasversali e potenti a destra e sinistra, passato disinvoltamente dal mattone alle assicurazioni, fino a Fonsai, dove la famiglia Ligresti ha prosciugato i conti per milioni di euro.  

Come era prevedibile nelle aule parlamentari la domanda se il ministro della giustizia, magari animata dalle “migliori intenzioni” possa mettersi a disposizione di simili personaggi se l’è posta, in termini chiari, solo il M5S che al Senato ha invitato il ministro a dimettersi per garantire la sua onorabilità.

Su quello che avrebbe detto Renato Schifani non potevano esserci molti interrogativi: l’intervento a difesa del ministro Cancellieri è stato solo l’occasione per denunciare l’aberrazione della carcerazione preventiva e sostenere, dopo aver affermato che non si sarebbe addentrato in vicende processuali, che non sussistevano gli elementi richiesti dal c.p.p. per mettere in carcere Ligresti e le figlie. Poi al grido di “viva la libertà”  il capogruppo del Pdl ha invocato dal ministro della giustizia provvedimenti di urgenza per svuotare le carceri sotto l’input del capo dello Stato e con occhio sempre rivolto al perseguitato numero uno.

A suggellare lo spirito delle larghe intese, come meglio non si poteva immaginare, Luigi Zanda dopo un veloce rammarico per lo scarso “distacco istituzionale” ha inserito “la segnalazione” nell’attenzione del ministro per le condizioni carcerarie nel pieno rispetto del messaggio di Napolitano e si è detto certo che “il ministro continuerà a lottare per risolvere la tragedia delle carceri italiane”.  

Fino alla vigilia la linea del Pd, con mille distinguo e infinite cautele era stata quella di “ascoltare prima di prendere una decisione”: dall’intervento del capogruppo in Senato sembra che la decisione fosse stata presa già da un po’ e per di più in evidente sintonia con i governativi del Pdl, se non concertata con il suo omologo Schifani.

Certo che se il precedente a cui riferirsi, secondo l’accostamento di “un acuto analista politico” come Antonio Polito, doveva essere quello di Alfano con “il caso kazako” non c’è da stupirsi che da questa giornata, in attesa del voto sulla sfiducia individuale, la Cancellieri ne sia uscita rafforzata e incitata a “fare di più”.   

A me sembra, al di là di altre considerazioni, che ancora una volta le istituzioni si siano allontanate in modo plateale dall’istanza di trasparenza e uguaglianza di trattamento per tutti che sale in modo più o meno consapevole dal paese, con effetti sempre più deleteri e incontrollabili.