Beppe Grillo lo scorso agosto ha lanciato il sondaggio: “Chi comanda in Italia?”. Assolutamente fuori tempo massimo voglio rispondere anch’io alla domanda. Se per comandare si intende, come da dizionario, “dirigere, condurre, guidare”, in Italia non comanda proprio nessuno. I nostri politici si comportano come i bambini alla guida di quelle macchinine delle giostre dotate di un volante e un clacson per ogni posto a sedere. Le guidano ognuno manovrando il proprio volante, ignari che la macchina Italia segua un percorso indipendente dalla loro volontà, suonano il clacson per farsi notare, tentando di garantirsi un improbabile futuro. Sto parlando, lo avrete capito, della legge di stabilità appena bocciata dalla Corte dei Conti, oltre che dal buon senso. 

La situazione dell’Italia è critica, il debito pubblico italiano è di 2.060 miliardi di euro registrato dalla Banca d’Italia nel mese d’agostoMancano le risorse: i fondi Bce, invece di andare a famiglie e imprese, sono immobilizzati a garanzia del debito pubblico, le imprese stanno finanziando con decine e decine di miliardi lo stato che, nonostante le rassicurazioni, ha enormi difficoltà a pagare; i pochi comuni che hanno dei fondi disponibili non possono investire perché devono far cassa per tutti. L’Inpdap che perde circa 10 miliardi l’anno, può erogare le pensioni ai dipendenti pubblici solo grazie al patrimonio dei lavoratori privati in quanto inglobato nell’Inps, ma la situazione sarà a breve insostenibile. Il Fiscal Compact incombe con i suoi 45 miliardi da reperire almeno per il primo anno di applicazione. Una situazione contingente tragica che, come se non bastasse, si inquadra in una crisi strutturale del sistema industriale.

È chiaro che a breve i miliardi serviranno a decine, la classe politica ha dimostrato di non essere in grado di prendere decisioni, non sa comandare il paese: il problema che abbiamo è l’inaffidabilità, non la stabilità. È evidente che bisogna mettere mano alla spesa pubblica quantitativamente e qualitativamente, comprendendo anche il pubblico impiego. I nuovi impiegati, come quelli del settore privato, hanno già subito la precarizzazione del lavoro, ma tutti quelli che godono a qualsiasi livello di privilegi concessi nel passato (carriere automatiche, laute pensioni e ogni altro genere di benefit) devono da subito rinunciare a qualcosa. La produttività, indispensabile alle imprese per sopravvivere, deve essere ottenuta anche da loro e, riguardo le pensioni, le risorse che servono per mantenere i diritti acquisiti devono essere fornite dall’aumento dei contributi di chi di tali diritti beneficerà, non certo dalla collettività. Se questo non sarà possibile, va da sé che a qualche diritto si dovrà rinunciare.

Landini, il segretario generale della Fiom, alcune settimane fa ha fatto, da Santoro, un’affermazione importante: si è dichiarato convinto che, economicamente parlando, il paese non tornerà più come prima. Penso che da “uomo di fabbrica” qual è stia avvertendo che, se non cambiamo rotta, il ruolo dell’industria in Italia è segnato e impossibile da surrogare. Benvenuto Maurizio nella sparuta schiera di chi sostiene che è finito un ciclo economico! È fondamentale che si cominci a prenderne atto anche all’interno del sindacato.

E allora, magari a seguito dello sciopero generale che i sindacati hanno unitariamente indetto contro la legge di stabilità, perché non ti fai fautore di una trattativa al rialzo con la parte politica? Il sindacato potrebbe accettare qualche importante concessione sul pubblico impiego, chiedendo in cambio tutti gli interventi inderogabili che il governo mai attuerebbe spontaneamente. È utopia, me ne rendo conto, ma mi piacerebbe pensare a un tavolo dove, a fronte di un aumento delle ore di lavoro a parità di stipendio e una riduzione di stipendio per i super-compensi nel settore pubblico, il sindacato ottenesse, in più, non in alternativa, la tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite finanziarie. A fronte della rinuncia alla difesa di privilegi e diritti acquisiti oggi insostenibili, come la parte retributiva sulle pensioni oltre un certo ammontare, il sindacato ottenesse, in più, anche l’eliminazione completa delle auto blu, delle prefetture, delle provincie, la riduzione dei costi della politica! Solo così, operando in maniera concorde e responsabile, si libererebbero risorse sufficienti per una riduzione significativa del cuneo fiscale, per garantire un reddito minimo garantito ai giovani, per tutelare chi ha perso o è destinato a perdere irrimediabilmente il lavoro e per ridurre la pressione fiscale su famiglie e imprese: queste sarebbero le vere larghe intese.

Caro Maurizio, quello che mi aspetto invece è che finirà come il solito: farete lo sciopero generale, ma più per difendere gli indifendibili diritti acquisiti che per ottenere ulteriori risorse a favore dell’occupazione. Il governo cederà e allenterà le già risibili economie messe in atto e il parlamento peggiorerà la legge. Questo però consentirà a tutti, sindacati compresi, di mettersi a posto la coscienza, il Presidente della Repubblica prenderà atto della “responsabilità dimostrata” e avanti così…finché dura.