Domenico, poliziotto. Ada, infermiera. I genitori. Tre sorelle, come in Cechov. E sotto la cruna dell’ago, a ballare dietro a tutte le lenzuola stinte di una vita, Renato Fiacchini. Libero di cambiare colore, abitudini, pianeti. Non fuma più Renato Zero: “Ho smesso cinque anni fa, ma era solo un vezzo. Pensate che idiota, non ho mai aspirato in vita mia. Feci una coronografia e mi andò così di lusso che decisi di non sfidare ulteriormente il destino”. Impegnato a scattare Polaroid “col ventricolo sinistro”, mente e rincorre ancora i giorni, le ferite invisibili e i sogni di ieri. Lontano anni luce, come in quel disco del ’67. Produceva Gianni Boncompagni (che l’aveva battezzato “Zero” per irridere ai sottovalutatori). Venti copie vendute: “Forse meno: io venti mica ne ho viste in giro…”. Formello. Vento, studi di registrazione, vecchi amici a sciamare nell’ora di pausa delle prove del grande concerto, che andrà in scena 15 volte in un mese, dal 27 aprile, al Palalottomatica di Roma (“Se bastano, 15: abbiamo già venduto 90 mila biglietti”). Dal 1950 Renato fa a pezzi l’amore cesellando i migliori anni della nostra esistenza precaria. A 11 anni, la sua famiglia si trasferì dal centro alla periferia: “Da via Ripetta alla Montagnola. E furono danni seri. Dalla lira, in un secondo e mezzo, so’ passato all’euro. Stavo meglio co’ la lira però”. (Ride).

Per anni ha sognato di tornare in centro.
E ci sono riuscito anche se adesso, quando metto piede in Piazza di Spagna, lo straniero in patria mi sento io. Non c’è più un fornaio, un pizzicagnolo, un fruttivendolo. Se hai fame che mangi? Una scarpa Nike con un po’ di sale sopra?

Prima era diverso?
A fine anni 50 il centro storico era un sogno, la nobiltà ancora uno specchio e tra condòmini ci si riconosceva dall’odore del sugo. La signora del piano di sopra lo faceva alla napoletana, quella dell’ammezzato alla livornese, al terzo si spandevano afrori di spezie liguri e olive taggiasche. Poi c’era il bucato. Traspirava identità. Adesso l’aroma dei panni stesi è uguale dappertutto.

Il bucato dei Fiacchini che identità trasmetteva?
Il sapore della fatica e dell’olio di gomito. Il mio preferito era quello del Tide, detersivo venduto con un aeroplanino o un’altra cazzata per commercializzarlo meglio, ma noi come quasi tutti i romani usavamo il sapone Scala. Quello a tavoletta. Lo strofinavi sul legno, ti asciugavi il sudore e aspettavi che il sole facesse il lavoro suo.

Poi nel 1961 vi sfrattarono.
Era nell’aria. Sembrava una promessa più che una minaccia. A noi figli, inchiappettati al pari di altri migliaia di romani, il trasferimento sembrò una promozione sociale. Ci avevano promesso il bagno in casa. Basta cessi sul ballatoio e tremori di freddo negli inverni gelidi, che a gennaio ti bloccavano l’uretere e per liberare le acque dovevi aspetta’ la primavera.

Oggi ne ride.
Allora fu una tragedia. La famosa casa con i servizi era in una zona verde. Talmente verde che per arrivarci dovevi attraversare otto greggi di pecore e superarne quattro di pastorizia.

Papà Domenico veniva dalla pastorizia.
Ma lì il quadro non era perfetto, bucolico come nella sua giovinezza marchigiana. Era un dipinto senza poesia, al prato si alternava il cemento e al sentiero sterrato lo smog delle macchine. Puzzava già di Ogm quella campagna.

Centotrentasei famiglie di poliziotti. I casermoni della nuova edilizia. La difficoltà di farsi accettare tra ali da angelo, capelli lunghi e lustrini. Mai litigato con qualcuno seriamente?
Seriamente-seriamente, no. Passivamente-passivamente sì. Le ho prese. Poi dopo c’è stato un riscatto, ho ricevuto le scuse, sono riuscito a trovare un dialogo anche con chi per pregiudizio sembrava negarlo alla radice.

Chi lo negava? Critici, colleghi, discografici?
No, gente del popolo. Gli aristocratici non menano. Non hanno le palle. Per menare o essere menato devi trovare persone disposte a sporcarsi di fango o accarezzare le pozzanghere. In un paio di occasioni me la vidi brutta.

Quanto brutta?
Una sera in autostrada con tre camionisti. E un’altra volta che non mi sono più dimenticato. Facevo l’autostop sull’Olimpica. Indossavo una parrucca di capelli corti proprio per evitare il rischio che non mi prendessero a bordo.

La parrucca da autostop.
Capigliatura normale, rassicurante, da uomo qualunque. Questo si ferma e io gli vado incontro contento e fiducioso. Lui scende dalla macchina e senza dire una parola, mi molla un ceffone. La parrucca vola in aria, io capisco che devo tornare a casa. Quando non era serata lo intuivo subito.

Alla Montagnola per i suoi travestimenti non erano solo gentilezze.
Scherno, battute grevi e un’ironia di fondo al mio passaggio. Io, per spiazzare il branco, ribaltavo il quadro. “Perché fate così a Renatino vostro? Venite qui che vi offro la colazione”.

E quelli venivano?
E certo che venivano. In qualche modo magico, ci si capiva. Mantenere rapporti civili con tutti è stato un punto fermo della mia vita. La complicità è essenziale e l’autosufficienza un’utopia. A qualsiasi latitudine, la forza motrice del mondo è sempre stata e sempre sarà l’alleanza. Il singolo si può chiamare Einstein e riscattare col suo genio qualche centinaio di migliaia di suoi simili. Ma la moltitudine alla fine vince. E ci devi fare i conti.

Aveva nemici e riceveva ostracismo anche nei quartieri “borghesi”?
A volte facevano numero e si trasmettevano coraggio con il fazzoletto, anzi col bavaglino rigorosamente davanti alla faccia.

Il bavaglino?
Altrimenti il papà non gli avrebbe più staccato l’assegno. Alla Montagnola invece il bavaglino non serviva. Poveri nascevano e poveri sarebbero probabilmente rimasti e, se ti dovevano dire qualcosa, lo facevano a quattr’occhi. La cosa bella di quelle zone è la staticità. All’apparenza lo scenario può accendere pessimismo e rassegnazione, ma è un effetto ottico. Appena esce il numero giusto, in periferia è subito terno, condivisione, abbraccio.

Tra l’Italia bigotta di quando iniziò a travestirsi decidendo di portare ambiguità e bisessualità sul palco e quella di oggi vede differenze?
La questione è complessa. Dietro al sesso c’è un pentolone che ribolle di sfumature e ingredienti che non sono solo mutande o reggiseno. Incontri la smania di dominio e il desiderio di prevaricare, la sudditanza e il masochismo. A volte penso che il sesso sia solo una vetrina. La sfilata di un grande stilista che presenta capi unici, irripetibili, comunque non in vendita. Ma l’alchimia sentimentale dovrebbe essere un lampo, non il regno delle sovrastrutture, dell’apostolato non sincero, della confusione, dell’abuso di potere e delle sporcizie così sporche che non le puoi manco raccontare. Se vuoi venire a letto con me, me lo dici e basta.

E invece?
Invece si mettono in moto il gabinetto dei ministri e le gerarchie. Un tempo si diceva che l’omosessuale fosse un individuo libero e gioioso che si faceva riconoscere senza preoccupazione. A me sembra che sul tema abbiamo fatto notevoli passi indietro e covo la sgradevole impressione che chi non riesce a esprimere la propria omosessualità diventi un violento o un figlio di mignotta proprio perché non accetta di esserlo. Pensate a certi dittatori del passato. Omosessuali repressi che odiavano le donne con un trasporto e una virulenza che a un etero dovrebbero essere costituzionalmente alieni. Tipo Hitler.

Incasellare. Giudicare. Il trionfo dell’apparenza.
Ma perché, se uno si veste in modo strano o esprime e proietta una particolare visione di sé, dev’essere per forza omosessuale? È una forma di repressione paleolitica. Una mentalità mediocre, portatrice sana di sospetto, animata dall’idea assolutamente inaccettabile di mettere al setaccio qualsiasi stravaganza. Pensare che siamo ancora a questo punto è avvilente e farebbe vergognare anche l’uomo di Neanderthal. Non lo dico per difendere la mia ambiguità o la mia stravaganza, sia chiaro. Adoro l’ambiguità. È il peccato migliore di Wilde, Saunders, Warhol, di tanta gente che non ci frega nulla se andava a letto con gli uomini o con le donne. Noi amavamo la cultura. Ci interessava il loro contributo al genere umano. Nient’altro.

Quelli vestiti come lei davano fastidio?
A trascinare in piena luce elementi di rottura e di fastidio eravamo in tanti. Bastava passare in via Tagliamento, davanti al Piper, un qualunque sabato pomeriggio dalle 5 in poi, per trovarci lì. Eravamo tutti così. Strani. Riconoscibili. Diversi. E lo dico nell’accezione più positiva che conosco. Odiavamo la finzione, l’ignoranza e i moralisti.

I moralisti sono sempre tra noi.
Bisognerebbe trovargli un lavoro. I moralisti sono parassiti. Non fanno un cazzo dalla mattina alla sera. Tutto questo tempo sprecato a rompere i coglioni agli altri, rubato all’intelligenza, sottratto a un impegno più costruttivo. Che peccato.

Come nel magnifico “Un Mercoledì da leoni” di Milius, ai tempi della visita militare lei si dichiarò gay per scansare la leva. “Sergente no”…
Oggi non funziona più così, ma all’epoca l’espediente mi diede una salvata. Il militare non lo volevo fare. La prima volta mi respinsero per un insufficienza toracica. “Rivedibile” c’era scritto. Ma che voi rivede’? Sapevo che non ci sarebbe stata una seconda occasione, così giocai il tutto per tutto. Affrontare la visita militare indossando le mie mutandine variopinte mi parve il minimo.

E come erano queste mutande?
Carine. Deliziose. Facevo il ballerino e per gli slip che usavo nel balletto, una sorta di cash sex, mi servivo dal celebre Marineri. Davanti, per nascondere le forme, la mutanda da balletto è stretta all’inguine e di un cotone abbastanza rigido. Dietro invece ha un cordoncino. Le natiche non sono foderate, per intenderci.

I colori, Zero. I colori. Erano rosa?
Rosa no. Non sopporto né il rosa né il celeste. Erano rosse. Con delle chiusure bordate di nero. Un insieme allegoricamente variopinto, ma in verità, per semplificare, la mutanda era de du’ colori e lasciava una certa libertà. Ma evitava che il ciondolo di natale si perdesse nei pantaloni, a scapito di un ritrovamento che, nell’eventualità di una fugace consumazione, sarebbe stato imperdonabilmente tardivo.

Zero ornato di piume riceveva molte proposte?
Quando andai trionfalmente verso Jimi Hendrix, la pop art, gli hippy e i figli dei fiori, non desideravo ricevere attenzioni o suscitare un interesse che non fosse artistico. Invece con preoccupante frequenza, anche per come mi vestivo, venivano a bussare con proposte molto imbarazzanti. Se non sei incline a vivere una vita sessuale frenetica e disordinata all’insegna del “come va va”, puoi trovarti tuo malgrado in situazioni spiacevoli.

L’abito non fa il monaco.
Ormai abbiamo capito che quelli col doppio petto e il curriculum specchiato cercano spesso rogne e mettono le mani addosso ai minori che non hanno ancora deciso da che parte stare. Si dice che l’orientamento sessuale sia una scelta autonoma, ma non è vero. Spesso sono gli altri che ti costringono a scegliere. E all’epoca in cui ricevevo certe attenzioni, non ero ancora maggiorenne.

Sull’argomento scrisse anche una canzone, “Qualcuno mi renda l’anima”. “Qualcuno/ con un sorriso addosso/ mi dice/ giochiamo insieme dai/ti compro/ un aquilone rosso/ se lo vuoi”.
A 16 anni, quando forse sarebbe stato consigliabile scegliere altri ambiti narrativi.

Erano i tempi in cui Piazza Navona era un grande ufficio di collocamento per il mondo dello spettacolo. Speranze e lacrime nell’attesa di incontrare Bolognini o Zeffirelli. Piangevate spesso con Alessandro Haber, ha raccontato lei un giorno.
Haber soprattutto piangeva. È un attore, gli riusciva meglio. Io ci provavo, ma non ero credibile. Non c’era solo lui però. Mi ricordo Pino Daniele, Toni Esposito, Mita Medici, Loredana Berté e tanti altri. A una cert’ora arrivavano i registi e noi tutti, col petto in fuori, a chiederci: “Sceglierà proprio me?”, “Mi prenderà per un film?”.

C’era anche Pasolini?
Mai conosciuto, purtroppo. C’era una distanza di universi, non era così avvicinabile Pier Paolo.

In quegli anni si fidanzò con Enrica Bonaccorti.
Che je vuoi di’ a Enrica. Ancora oggi, se la guardo negli occhi, mi rimane il brivido di ieri. Non protocollare è una forma arguta di mantenimento del rapporto. Se inizi a metterci le firme sotto, un minuto dopo sei dall’avvocato. A te l’aspirapolvere, a me la lavatrice, a nonna l’attaccapanni. Roba triste, da inventariato. Il matrimonio dev’essere una convinzione profonda, altrimenti è solo la prova generale del nulla.

Come la chirurgia estetica. Pentito?
Ho fatto solo ‘na cosetta qui sotto il mento, e sì, pentitissimo. Non dico chi fosse il genio, sapeva che gli facevo da cavia, ma stavo meglio prima. Prima o poi ti capita di essere cavia. Mio fratello Giampiero ha un amico parrucchiere, “Er Varechina”. Quello gli spandeva le sue pozioni sulla testa e ora, 40 anni dopo, Giampiero è pieno di macchie. Non aggiungo altro. Ma, se te chiamano Varechina, fijo mio, ma che fai il parrucchiere?

Lei si tinge?
Con discrezione. E non ci trovo niente di male. Bisogna provare, sperimentare.

Lo fece anche da ragazzo quando a Roma per lei, così raccontò, c’erano solo due opzioni. Lo scantinato o il club esclusivo. Così emigrò in Versilia o verso il generoso stagno delle balere emiliane.
La Toscana fu la prima apertura d’ali. Al Palazzo dei Congressi di Firenze, per “No mamma no”, ottenni 70 mila prenotazioni.

Un trionfo.
‘Na tragedia. I dischi non arrivarono mai da nessuna parte. Incappai in uno sciopero monstre della Rca. Un anno e mezzo di stop. Era come se Firenze non fosse esistita, non fosse successo nulla.

Vasco Rossi la invitò a Zocca.
Nel giardino comunale. Al secondo brano si schiantò l’amplificazione. Improvvisai qualche barzelletta al buio. C’era poco da fare. O mi facevo venire un’idea o rischiavo di non alzare nulla.

Gli organizzatori erano entusiasti: “Mai pagato un cachet con tanta soddisfazione”.
Ci sapevo fare. Intrattenevo, provocavo, spingevo il pubblico a guardarsi dentro, a farsi domande, a mettersi in discussione. Non erano i testi delle mie canzoni a fare scandalo, ma l’attitudine aggressiva. Facevo discorsi pesanti. Rabbiosi. Non tutti comprendevano l’intento. Si chiedevano: “Ma questo riesce a esse strano, a fare il cazzo che vuole, a imporre musica e pensiero e vuole essere anche polemico?”. La mie esteriorità annunciava un clown e sul palco si presentava un guerriero.

Perché?
Avevo il dente avvelenato. Non mi piaceva stare zitto, distaccato dai problemi del quotidiano. Mi riguardavano direttamente. Ma non arringavo la folla, diversamente da qualcuno.

I cantautori politicizzati?
Niente di male, per carità. Era una strada come un’altra per garantirsi un sicuro fatturato. Ma non ero persuaso dall’ipotesi. Mai avuta una tessera, neanche dell’autobus. Quando certi miei colleghi cantavano alle feste di partito, io mi preoccupavo di pagarmi le cambiali del furgone. Ho sempre preferito avere una coscienza umana. Piuttosto che politica. L’appartenenza a una chiesa creava cortocircuiti, processi kafkiani, parate grottesche.

Grillo le piace?
Siamo molto amici, ma non l’ho votato. E forse, visti i numeri di un successo così difficile da gestire, gli ho fatto pure un favore. Il trionfo paradossalmente gli impedisce di fare opposizione, ora è sotto i riflettori e se non ha fatto i compiti sono guai e brutti voti. A volte me lo vedo di notte che si alza di letto e urla. Ormai si è convinto di non essere più solo un comico.

La sua presenza è utile?
E certo. Rimescola le certezze e smonta la presunzione di questi signori che ci avevano rotto i coglioni da tempo immemorabile. Inciuciano anche adesso. Non per salvare il Paese, ma la poltrona a ogni costo. Due cose molto diverse.

Renzi le piace?
Mi stimola perché lo conosco un po’ e mi pare che la sua ‘stozza’ di pane se la sia guadagnata da solo. L’età è dalla sua ed è già una garanzia. Ci vogliono cellule fresche. I trentenni, non i sessantenni.

Ma lei ha 62 anni.
Ma io non voglio fare né il politico, né il Presidente della Repubblica.

Bersani è più giovane di lei, ci pensa?
Me dispiace per lui, avrà sbagliato creme. (Ride).

A Roma si dice che rivincerà Alemanno.
Una cosa che non si muove non crea problemi. Lasciamo tutto così. Berlusconi, Alemanno, poi aspettiamo cos’ha da suggerirci il Padreterno. Che venga e dica: “Ci è piaciuto il cambiamento”. (Ride ancora).

Torniamo al rapporto dialettico col suo pubblico.
Quando, al buio, il pokerista di turno mi urlava qualcosa di urticante lo individuavo subito e andavo a sedergli sulle ginocchia. Per vedere la reazione. Il bluff. Le carte. Gli facevo presente che non mi aveva generato, che non era il mio datore di lavoro, e quanto tutta l’umanità fosse triste per la sua mancata riuscita. Iniziava un dialogo: “Hai davanti a te uno che ha avuto coraggio, perché non ce l’hai anche tu?”. E, siccome la gente aveva voglia di rompere gli schemi, il mio pubblico lo vidi crescere. Prima due, poi cinque, poi mille. Poi diecimila. Sono nato così.

Faticò a farsi capire?
Alla prima canzone captavo un brusìo di fondo. Alla quarta era sparito. Erano già miei.

I sorcini.
Il nome mi venne guardandoli su motorini piccoli come biciclette. Oggi pure i motorini prendono gli anabolizzanti, quelli dei tempi miei erano trotter. Aggrappati alle selle, i miei sorcini mi seguivano eccitati fuori dai concerti.

Per loro organizzò le “Sorcìadi ”. Un affollato happening ad alto tasso di Zerofollia.
Una cosa da matti. Un delirio felice. Diecimila persone ad ascoltarmi in un parco romano. Franco Cordova aveva una torrefazione alla Montagnola. Gli chiesi una mano per mettere insieme il progetto e lui aderì in un amen: “A Renatì, ma lo sai che è n’idea stupenda?”. Partimmo. Era come buttare un seme tra mondi diversi. I figli della portinaia e dell’industriale seduti fianco a fianco, una mescolanza allegra che avrebbe garantito l’incolumità a universi che conoscendosi, forse, non si sarebbero più separati. Poi Franco si ammalò e le Sorcìadi tramontarono. Ma furono uno straordinario esperimento di commistione sociale.

E i contrasti con le amministrazioni comunali?
Vennero dopo. Quando chiuse Zerolandia o quando avvenne la tragedia al Castello Sforzesco di Milano. Serviva un capro espiatorio per il dramma di una povera creatura, Tiziana Canesi, una mia fan morta per il crollo del ponte levatoio. Al Castello per il mio concerto erano previste tremila persone. Ne arrivarono 20 mila. Un inferno. Quando mi resi conto del caos presi il megafono e invitai il pubblico alla calma. Non volevo che si facessero male, ma pur vedendo un sospetto andirivieni di ambulanze, non sapevo nulla di Tiziana che, piccina, era già andata via.

Terribile.
I giornali mi massacrarono trattandomi come e peggio di uno di al Qaeda. “Zero canta, Canesi muore”. Titoli così. Un linciaggio senza che a nessuno venisse in mente di chiedere ragione delle reali responsabilità del Comune. Passai momenti terribili. Senza l’amore del mio pubblico non sarei uscito vivo neanche io da quella storia.

L’adozione di suo figlio Roberto è stata un’esigenza intima?
Dopo aver ricevuto quello che ho avuto io dai miei genitori, era ineluttabile. “Se spari alla paperella del luna park e la prendi in pieno, non ci riprovare”, ti dicono. A me è capitata un’altra paperella e invece di spararle me la sono messa in casa.

Qualche giorno fa è andato a salutare Califano per l’ultima volta. Tra i suoi colleghi non era in vastissima compagnia.
Premesso che ognuno esprime il dolore come meglio crede, anche con l’assenza, credo che presenziare al suo funerale fosse un dovere nei confronti di tutti i romani e mi spiace che qualcuno superficialmente non l’abbia capito. È stato un dolore. È chiaro che a Roma Franco fosse apprezzato da molta più gente di quanta ne sia accorsa alle esequie. Però quella gente non c’era ed è stata una nota stonata. Io ho amato Califano. Non solo l’autore o l’interprete, ma l’uomo soprattutto.

Perché?
Perché non ha mai preteso di essere amato, né ha mai usato l’amicizia come un taxi o un bancomat. Aveva una forma molto dolce e speciale di esistere. Una forma unica di farti arrivare a lui. Un dono raro. Leggete cosa mi scrive via sms Edoardo Vianello. La sorella di Califano scartabellando tra i suoi appunti ha trovato uno scritto di fine anni 90: “Zero da solo vale niente, con Renato davanti vale tantissimo”. Pensate alla purezza di ‘sto ragazzo, ai suoi pensieri di bambino. Con Vianello che ci aiutò molto anche economicamente, negli studi dell’Apollo Records, io e Franco crescemmo insieme. Per permettermi di scrivere e cercare la mia libertà, Edoardo mi passava 75 mila lire al mese. Son cose che non si dimenticano.

Nel suo ultimo album “Amo” c’è “Lu”, canzone dedicata a Dalla. Anche Lucio, come lei, aveva avuto fidanzati e fidanzate, ed esattamente come lei non si lasciò mai ingabbiare nella battaglia delle etichette e delle appartenenze forzate. Se lo sente simile?
Lucio era al di sopra di tutto. Aveva una libertà scevra dai luoghi comuni, veleggiava altrove. Più in alto. Lasciava meschinità e orrori ai poveri di spirito. Detestava questa ricerca ossessiva dei cromosomi, dell’identità di genere. Cercava di abbracciare tutte le sfumature dell’esistente. Io ho la stessa ambizione. Volare. Sapete che vi dico?

Che ci dice?
Io sono già in paradiso.

da Il Fatto Quotidiano del 14 aprile 2013