Ho già avuto modo di esprimere alcune riflessioni sull’utilizzo del termine femminicidio nei post L’insostenibilie leggerezza del rapporto tra media e femminicidio e in Femminicidio, la sostenibile pesantezza del termine. L’esistenza di donne vittime di uomini, in quanto donne, è una realtà, un fenomeno che però può assumere proporzioni e significati diversi, a seconda del luogo in cui lo si analizza (Ciudad Juarez, città messicana dove l’uccisione e la scomparsa di donne è all’ordine del giorno, ad esempio, non è l’Italia).

Personalmente utilizzo con molta cautela questa espressione, oggi ancor più di ieri.

Il termine ‘femminicidio’ richiama quello di ‘genocidio’, termine coniato dal giurista polacco Raphael Lemkin per definire la distruzione di un gruppo nazionale o etnico. Veniva creata una parola per racchiudere gli orrori di due delle più grandi stragi della storia recente ossia l’Olocausto e il genocidio armeno. Genocidio significa quindi negazione del diritto di un popolo o di un determinato gruppo umano a continuare a vivere. Una negazione da cui segue la repressione e l’uccisione.

Il femminicidio non ha alla base il presupposto di una deliberata e chiara intenzione di eliminare il sesso femminile, sebbene innegabili siano i danni di una cultura maschilista e patriarcale e, in certi contesti, la violenza esercitata dagli uomini sulle donne abbia assunto forme aberranti.

Parlando della nostra realtà attuale, in Italia, non possiamo pensare che la quantità di vittime donne sia irrilevante per poter arrivare alla definizione più conosciuta del termine. Nulla si deve togliere all’atto in sé, uccidere un essere umano, in questo caso una donna, deve ricevere una condanna unanime in una società civile, non è questo in discussione.

Una disamina sul termine “femminicidio” può essere anche interessante, ma a cosa serve in termini di prevenzione e contrasto al fenomeno? Sono convinto sia più utile, in questo momento storico, osservare l’uso del termine e trarne delle serie perplessità.

Il numero di donne uccise negli ultimi anni non è variato in modo sostanziale rispetto al passato, ma tutto questo sgomento e scandalo è sorto solo recentemente. A fare la differenza è l’attenzione dei media e delle campagne pubblicitarie, il cui interesse, troppo spesso, è volto a giocare con l’emotività delle persone annullandone la lucidità.

Cos’è questo femminicidio o cosa sta diventando se non uno slogan o un marchio in piena concordanza con il modello consumistico? E’ un prodotto da vendere e come tale viene trattato, ad esempio con la produzione e la diffusione di magliette con scritte come “Fermiamo il femminicidio” o altri slogan simili.

Chi gira con la sua bella maglietta, con il suo bello slogan, con il suo bel gadget poi può tornare a casa certo di aver dato il suo contributo contro la violenza. Chi mai direbbe esplicitamente di essere a favore del maltrattamento e dell’uccisione delle donne? Sentiamo il bisogno di esplicitare scrivendolo quanto siamo diversi dai cattivi. Noi siamo i buoni: si deve sapere e chi ci sta intorno lo deve riconoscere.

L’uccisione di una donna esce inevitabilmente fuori dalle mura domestiche e quindi viene scoperta con molta più facilità, mentre la violenza sulle donne è troppo spesso condannata a rimanere intrappolata in quelle stesse mura e quindi a rimanervi nascosta.

Un problema serio, drammatico e antico che riguarda i rapporti tra uomini e donne sta diventando, se non lo è già diventato, un prodotto a uso e consumo del modello capitalistico imperante. In questo modo, togliamo la dignità a tutte le donne che hanno subito e stanno subendo violenze e anche a quelle che sono state uccise. Anzi, rinnoviamo sui di loro la violenza, le uccidiamo di nuovo, se tutto si riduce allo slogan.

Non ci sono motti, con o senza sorrisi, che possano rendere l’idea della violenza subita da una donna, da un uomo, o da un qualsiasi essere umano. E non ci sono slogan che possano far sentire sulla propria pelle la tragedia vissuta da un’altra persona.

Inoltre, tra le conseguenze dell’uso indiscriminato del termine “femminicidio”, vedo uomini che si allontanano ogni volta che sentono parlare del fenomeno identificandolo, in toto, con la violenza sulle donne. Questo fornisce loro la scusa pronta per non mettere in discussione le disparità di potere quotidiane che possono avvenire ed essere legate al genere. Questi uomini rifiutano di essere identificati con i “violenti” o “maltrattanti” che i mass media continuano a definire “da curare” e “da guarire”, illudendo chi ascolta di non essere responsabili dei comportamenti e del loro cambiamento.

Occuparsi di femminicidio è ormai una moda, ognuno vuol dire la sua e spesso basta troppo poco perché possa farlo, nel migliore dei casi con buone intenzioni, ma tanta ingenuità, nel peggiore con l’obiettivo di avere una visibilità che altrimenti non si avrebbe. Che la si voglia criticare o meno, non sono questi i motivi per cui questa parola è nata.