Sono attaccati con una corda alla zampa. Messi nel portabagagli dei taxi. Incastrati tra le gambe di chi conduce una moto cinese d’occasione. Trascinati in giro nella sabbia. I capri di Niamey fingono di non sapere che vivono le loro ultime ore. Una vita funzionale al sacrificio di questo giorno. La memoria del sacrificio di Abramo che all’ultimo momento sostituisce il figlio col capro. Questione di attimi e di circostanze. Isacco per alcuni e Ismaele per gli altri. I capri sanno e alcuni per solidarietà di classe cessano di nutrirsi. Altri resistono e si buttano a terra senza forza e voglia di camminare. Il traffico in città tiene il fiato per la preghiera del mattino. Poi inizieranno i sacrifici dei capri e la cottura collettiva eseguita ai bordi delle strade e nei cortili della capitale.

Sono a migliaia sparsi lungo i crocevia di accesso alla capitale. Tenuti insieme dall’incertezza e dalla paura dell’oggi. I capri costituiscono la ricchezza di alcuni e una sfida per altri. Ne va della dignità patriarcale e del buon nome della famiglia. Attorno a loro giacciono le cataste di legna grande e i fasci piccoli a prezzi ridotti come allo stadio. A seconda del luogo si vendono i coltelli con diversa impugnatura e non mancano i ‘machete’ per completare l’offerta. I sacrifici espiatori sono quelli che si trovano nelle politiche di tutti i giorni. Programmi di aggiustamento e debiti non rimborsabili accumulati dai potenti per perpetuarsi. Ad ogni sistema i suoi riti sacrificali. Quelli di Lampedusa assomigliano in questo a quelli di Niamey. Solo cambiano le vittime.

L’angelo Gabriele era arrivato appena in tempo perché Ibrahim evitasse di sacrificare Ismaele il figlio maggiore. Da allora nella storia umana i sacrifici di capri non sono mai stati interrotti. Le guerre e le deportazioni. I campi di detenzione e quelli di sterminio ne sono segno eloquente. I capri che ogni famiglia dovrebbe sacrificare saranno divisi in tre porzioni. Una parte del capro per essere consumata. L’altra per essere data in elemosina e l’ultima come regalo. Accade lo stesso con le vittime dei sistemi e degli imperi di sempre. Ci si divide il bottino e gli aiuti umanitari fanno il resto. Solo cambiano le proporzioni e le giustificazioni ideologiche. L’importante, come ricorda la festa della Tabaski, è dimostrare di obbedire a Dio.

Per chi obbedisce con cuore aperto un muro sarà edificato tra il credente e l’inferno. I muri  separano come  l’inferno separa l’acqua di mare dalla terra ferma. I prezzi dei capri sono aumentati e per questo i salari dei funzionari dello stato sono stati anticipati. Sono iniziati anche i pellegrinaggi alla Mecca che nell’Arabia Saudita è custodita e adorata quasi come il petrolio. La preghiera alla Grande Moschea di Niamey ha visto i rituali di sempre. Il presidente della repubblica affiancato dal presidente dell’assemblea nazionale. E in mezzo il primo ministro che non conta nulla nello scacchiere politico del paese. I primi sono ormai nemici accomunati dalla lotte per la prossima investitura presidenziale. La maggioranza parlamentare è in secca come il fiume Niger. 

La sottomissione alla legge del mercato comincia a sgretolarsi. Anche ad Arlit c’è stata la marcia dei cinquemila che vogliono sopravvivere all’uranio di Areva. Denunciano che non sono disposti a continuare ad essere i capri espiatori dei guadagni della ditta francese. Circa 50 milioni di tonnellate di scorie radiottive e molte di più quelle commerciali. Ogni anno 20 milioni di metri cubi d’acqua vengono contaminati dalle operazioni di lavaggio del minerale. E la gente del posto vive come fanno i cittadini senza territorio. Sacrificati al sistema di accumulazione di menzogne globali. I capri costano caro e i prezzi variano a seconda degli acquirenti e delle occasioni. Abramo non avrebbe mai sospettato che il suo sacrificio di riserva sarebbe diventato fonte di speculazione.

Gabriele inviato a fermare il sacrificio di Ismaele o Isacco con la forza di Dio. Continuano gli altri sacrifici e i capri di Niamey sanno e non dicono nulla. Attaccati con la corda ad una zampa o alle corna per i più fortunati.  Fingono di non sapere. Alcuni di loro rifiutano di camminare e altri di mangiare l’ultima erba prima della preghiera alla Grande Moschea.

Festa della Tabaski, Ottobre 2013