Chi vuole rivedere la mamma si faccia avanti. Venti bambini, tra i 7 e 12 anni, corpicini rinsecchiti rivestiti di stracci, una stella gialla appuntata sui gracili petti, facce smunte e patite, occhi spalancati sull’orrore,  fecero un passo avanti, tenendosi per mano. Fu la pietosa bugia del dottore Josep Mengele. I bambini erano stati strappati ai loro giochi, alle loro favole. Niente più corse in bicicletta, niente più torta con  noccioline e semi di papavero. Adesso erano rinchiusi nell’inferno di Auschwitz.  

Con l’inganno di poter riabbracciare la mamma rinchiusa in un’altra baracca si consegnano  docili come agnellini all’orco nazista che con un convoglio speciale li trasferisce nel campo di concentramento di Neuengamme  per essere sottoposti agli esperimenti sulla tubercolosi. Sono gli unici bambini del campo. L’orco è garbato, ha modi educati, regala loro dolcetti e giocattoli. Cioccolata per i maschietti, nastrini per i capelli per le femminucce. E nel giorno di Natale fa travestire un prigioniero da Babbo Natale. I bambini passano qualche ora lieta, prima di seguire con fiducia la dottoressa che li accompagna nel laboratorio del giovane e ambizioso medico nazista Kurt Heissmeyer, dove troveranno l’anticamera della morte.

Ancora una caramella al miele mentre affonda i suoi feroci artigli che sono i bisturi che entrano nella carne viva.  Ogni tipo di brutale esperimento di natura genetica gli è consentito, i bambini si ammalano, deperiscono, perdono le forze e lui fotografa, uno ad uno, i loro corpicini profanati. Ne conserva metodicamente tutta la documentazione in un baule. Innocenti sacrificati sull’altare della ossessiva e depravata ricerca scientifica nazista nel tentativo di dare vita alla razza ariana “biologicamente” perfetta, tanto sognata da Hitler. 

I corpi martoriati, trafitti, ma ancora in vita delle creaturine sono trasferiti alla scuola  Bullenhuser Damm. E’ la sera del venti aprile 1945 e nel cuore di Amburgo  si compie l’ultimo gesto di bestialità. Per non lasciarsi dietro alcuna traccia di colpevolezza  i carnefici li impiccano, uno ad uno, nel sotterraneo della scuola. Siamo soltanto a un mese dalla resa della Germania e dalla fine della guerra. E nulla sarebbe più stato come prima.

Dal suo pensatoio, una casa di riviera che si affaccia sullo stretto di Messina, Teresa Lazzaro ha dedicato il suo ultimo libro di poesie Venti Farfalle e una nuova primavera (Edizioni experiences). Una spoon river all’italiana per ricordare il male assoluto. “Il nazismo ha inverato ciò che Dostoevskij fa dire a Ivan Fedoric ne I Fratelli Karamazov che se Dio non esiste, tutto è permesso. Senza Dio tutto è possibile, anche lo stravolgimento dei valori elementarmente umani”, allarga le braccia Teresa. Venti poesie al posto di venti lapidi. Per farli emergere dal gorgo dell’oblio. Per farli uscire dalle sbarre della memoria ingabbiata. Versi dedicati a coloro che verranno.

 

Bullenhuser Damm

Ogni farfalla ha un nome.

le ho dato il nome che Iddio ha scelto

le ho dato il nome il cui eco risuona in Cielo.

Ogni  farfalla ha un nome.

Il nome è inciso nella Paura.

Il nome fu stretto crudelmente in un cappio.

Ho trovato venti farfalle nel mio roseto…

Nei  nomi  ho raccolto  il vuoto che hanno lasciato.

Li dono al mondo intingendo  un pennino centenario

nell’inchiostro colorato perché gli anni spezzati

con le valigie arrivate ad  Auschwitz

possano realizzare sogni di Pace.

 Le mie farfalle hanno un nome pregno  d’amore.

 Teresa Lazzaro