Sigillate le bare dei morti, dovremo scoperchiare quelle dei vivi, degli immigrati detenuti nei centri di accoglienza temporanea. Dovremo domandarci come sia possibile farli vivere nelle condizioni disumane e appurare che la loro disperata esistenza viene mantenuta alla straordinaria spesa media quotidiana di 45 euro. Dovremo pur chiedere conto della congruità della cifra, incredibile rispetto allo standard conosciuto di decenza, di pulizia, di efficienza Per ognuno di questi poveracci, trattenuti (cioè reclusi) al solo scopo di rispedirli nelle terre della morte da dove sono giunti, spendiamo – ci dice l’ultimo e più aggiornato dossier (Lampedusa non è un’isola) curato da Luigi Manconi e Stefano Anastasia – diecimila euro di media.

E ogni giorno il costo complessivo di questa imponente fabbrica dell’accoglienza di Stato ammonta a duecentomila euro. In Italia, si sa, ogni emergenza si trasforma in industria. E l’industria dell’emergenza è attività sempre in espansione. Basta volgere lo sguardo a ciò che è capitato nell’ultimo decennio. La gestione e il ciclo dello smaltimento dei rifiuti solo a Napoli ha raggiunto, per esempio, negli anni in cui la questione si è fatta emergenziale, la cifra di quasi sette miliardi di euro. Il terremoto dell’Aquila ha prodotto solo nei primi due anni (con i risultati che vediamo) costi vivi per quasi due miliardi di euro. L’emergenza è dunque la pratica governativa meglio avviata, sempre pronta a gonfiare le voci della fattura, a rendere impossibile una soluzione ragionevole e irreversibile la dimensione della spesa.

La normativa che regola l’immigrazione oltre ad avere aspetti disumani produce questa economia oscura ma fiorente, dove le funzioni dello Stato, amministrate nell’iperbole amministrativa del ministero dell’Interno, vengono rese – anche quelle minime – molto più costose di quanto dovrebbero e potrebbero. Dal 1999 al 2011 un miliardo di euro è andato via per gestire questo immenso grand hotel, con i frutti indegni di un Paese civile. Visto che siamo tutti vicini alla parola del Papa, quella vergogna che finanche il Parlamento ha fatto sua, sarà il caso di valutare se tributare un pensiero ai responsabili di questa gestione sprecona, per tenersi prudenti, dell’accoglienza? E sarà il caso che il ministro Alfano spieghi, prima di urlare la sua vergogna, dove diavolo dimori il senso dello Stato, la lealtà verso le voci di bilancio e la congruità prima morale, poi economica di questo monumentale impianto di carcerazione?

Domani Barroso, il presidente della Commissione europea, farà visita al centro di accoglienza di Lampedusa. Intanto almeno lui, a differenza di Alfano, ci va. Siamo certi comunque che domani il centro si trasformerà in una casetta linda e profumata. Tutti al loro posto, e tutto in ordine. Sarebbe la prova di una conclamata, perdurante e grave manipolazione della realtà. Esistono, per motivi sconosciuti, costi di gestione troppo differenti tra nord e sud dell’Italia, ed esistono periodi di trattenimento che variano, tra un centro e l’altro (a seconda della collocazione geografica), dai 28 ai 78 giorni.

In definitiva esistono tutte le condizioni perché la vergogna trovi finalmente casa e dei volti amici a cui accompagnarsi.

Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2013