Quando parlo di questioni di genere, in contesti non sensibilizzati (e sono tanti), trovo un femminile piuttosto accogliente ed un maschile invece sulla difensiva. Perché? Attualmente si parla molto di violenza di genere, come se ci fossero dei fenomeni in atto che, fino a qualche anno fa, non avevano luogo, mentre sappiamo che il ruolo dei media è stato determinante solo per mettere in luce ciò che già c’era, presentandolo però come un qualcosa che è andato crescendo negli ultimi anni, tanto da diventare emergenza.

Si pensa che, dietro alla violenza sulle donne, ci debba essere un maschio bruto, aggressivo e malato ed in questo quasi nessun uomo si riconosce, nonostante i dati Istat ci dicano che i maltrattamenti esistono e di conseguenza qualcuno deve metterli in atto. Forse però non è il maschio bruto, aggressivo e malato a farlo, forse è l’edicolante dal quale compriamo il giornale, forse è il collega di lavoro con il quale discutiamo, forse è il barista che ci prepara il caffè la mattina, forse è l’impiegato della banca dove abbiamo i nostri risparmi, forse è il signore anziano che vive nell’appartamento accanto, forse è il vigile che ci ha fatto la multa, forse è l’amico a cui siamo soliti confidarci, forse è il professore che ci ha fatto quella bella lezione di storia, forse è la persona che in strada ci passa accanto, forse è quel padre che ogni volta che ci guardava ci fulminava con lo sguardo o ci dava uno schiaffo perché eravamo troppo discoli e quindi doveva insegnarci come comportarci e faceva bene.

La possibilità di agire dei comportamenti maltrattanti è insita in ognuno di noi, l’aggressività fa parte della natura umana ed i nostri bisogni non sempre coincidono con quelli degli altri e questo crea inevitabilmente tensioni. Quando affermo tutto questo, basandomi su quella che è la mia esperienza  con gli uomini autori di violenza, gente che del mostro ad uso e consumo dell’immaginario collettivo ha ben poco, mi si dà dell’esagerato, quando va bene, o addirittura posso essere accusato di marciarci sopra per interesse professionale. Il maschile ha bisogno di difendersi perché si sente attaccato ed attacca a sua volta.

Un uomo che parla ad altri uomini, ponendo il problema senza la pretesa di avere le soluzioni e senza voler dare giudizi in merito, attiva comunque dei movimenti di difesa e quindi mi rendo conto di quanto alcune modalità con cui viene trattato il fenomeno della violenza di genere possano allontanare noi uomini dal contattare delle parti di noi su cui possiamo lavorare per rendere più armoniosi i rapporti con il femminile.

Mi sono chiesto se davvero passi un messaggio di accusa al maschile in toto e mi sono risposto che almeno il rischio c’è fin troppo spesso. Accusa e messa in discussione sono però due obiettivi molto diversi. Senza voler giustificare in alcun modo la violenza di chi la compie, credo che ci sia alla base un non riconoscimento di cosa essa realmente sia e di cosa comporti per chi ne è vittima. Se io penso alla violenza come un qualcosa che implica la morte dell’altra persona o con il lasciarla a terra tramortita o piena di lividi (cosa che, ahimè, comunque esiste e non è rara) molti uomini quando si parlerà di comportamenti violenti se ne terranno ben distanti. Il lavoro da fare invece deve tendere sempre a cercare di far capire come si sente l’altro in relazione a come ci comportiamo e viceversa. 

Quando sono in un’aula a fare formazione per la prima volta, comincio con la domanda aperta: “Che cos’è un comportamento violento?” e, se non sono io a limitare la discussione, essa andrebbe avanti ad oltranza perché si realizza quanto questo concetto sia complesso e diverso per ognuno, al di là delle definizioni da vocabolario.

Come si può allora parlare di maltrattamento, se ognuno ha le sue idee in proposito spesso contrastanti? Bisogna partire dal presupposto che, se in una relazione uno dei due non si sente libero di esprimersi e nello specifico ha paura di farlo, quella non è una relazione sana. In una relazione sana non esiste la paura dell’altro. Se ho timore di esprimere quel che penso, perché esso verrà svalutato, deriso, non riconosciuto o mi procurerà delle reazioni aggressive fisiche che metteranno in pericolo la mia incolumità  è perché questo è successo già altre volte. Sto subendo un comportamento violento. Se invece la paura l’avverto nell’altro allora, con ogni probabilità, il mio atteggiamento e/o il mio comportamento sono violenti.

E’ indicativo che molti uomini che chiedono un aiuto per interrompere il comportamento violento lo hanno fatto  dopo aver percepita chiara la paura della propria compagna nei loro confronti, questo li ha spiazzati ed impauriti a loro volta, ma anche messi in cammino verso la non derogabile responsabilità del loro agire.