Ieri, la mattina presto, il televisore era acceso nei bar. Si sentivano le voci dei cronisti, che avevano passato al microfono tutta la notte, dalle finestre aperte di una strada, dell’altra, d’Italia. Perché ieri hanno “rimesso in asse” il Concordia. L’espressione è usata da tutti. Del resto te lo rispiega da capo ogni televisione accesa, qualunque sia il canale.

A quanto pare, per un giorno intero, nessuno si è stancato mai di rivedere quel magico montaggio. Che cos’è, orgoglio nazionale? Un po’ sì, perché è finita una clamorosa brutta figura mondiale, con morti, feriti, disperazione, umiliazione, perdite gravi. Ma un’altra ragione era che per 19 ore (tante ce ne sono volute per “mettere in asse” la nave) non è comparso nessuno a dirci, con meditabonda competenza, retroscena, e fonti sicure, se Berlusconi sceglierà i domiciliari o i servizi sociali o spaccherà tutto. Diciannove ore sono tante, ma che cosa sono in vent’anni di Berlusconi esclusivo? E poiché la vita, in tutta la sua disperata versione italiana, continua anche adesso che il Concordia “è in asse”, ecco che all’improvviso è apparso sulla schermo Cicchitto.

Era proprio Cicchitto, e ci ha subito avvertiti che senza Berlusconi non c’è gioco: cade il governo, sale lo spread, crolla la Borsa, i ragazzi non troveranno mai più lavoro, il più 0, 3 per cento di possibile crescita del Pil per la fine dell’anno evapora. E persino Letta (vi rendete conto?), persino Letta non potrà farci niente. Senza Berlusconi senatore e condannato, il gioco finisce. Accorgersi che la paurosa malattia continua a mangiarsi l’Italia vent’anni dopo la prima febbre da delirio del governo-azienda e del doppio conflitto d’interessi, è un colpo duro.

Tanto più che tutti sappiamo tre cose. Oggi, nella famosa Giunta, non succede niente (niente che riguardi l’indecente permanere di Berlusconi al Senato). La settimana dopo, nell’aula piccola o in quella grande, con voto o senza voto, nessuno va e nessuno viene. Subito dopo riprende in pieno il febbrile lavoro del governo Letta. Purtroppo non è umorismo, è cronaca. Ci vorrebbe un sudafricano geniale per rimettere in piedi la barca. Noi non l’abbiamo. Noi siamo il Paese di Schettino. E non c’è nessuno che gridi: “Lei vada subito in prigione, cazzo!”. Infatti, nelle poche televisioni accese è rimasta, fissa, l’immagine di Cicchitto.

il Fatto Quotidiano, 18 settembre 2013