La tecnologia è l’oppio dei popoli. Terry Gilliam porta in Concorso a Venezia 70 il suo nuovo film di fantascienza e corregge l’assunto di Karl Marx. Già perché in The zero theorem, tredicesimo film del regista di Minneapolis oramai inglese fin dai giorni d’oro dei Monthy Python, il protagonista Qohen Leth (la Palma d’Oro e Oscar, Christopher Waltz) è un geek informatico particolarmente complessato che lavora per la multinazionale Management, ed è immerso in quel mondo futuristico alla Gilliam, carico di strampalati e funzionanti suppellettili di oggettistica a partire da schermi alla grande fratello, fino a straordinari ed enormi spinotti, fili e prese per la corrente dove continuamente sbatte la testa.

Qohen usa il “noi” per parlare di sé, non ha vita sociale, dimora in una vecchia chiesa dagli ampi e alti voltoni dove possiede un avveniristico macchinario, una sorta di iPhone tuttofare, sul quale si svolgono persino le sedute di psicoanalisi. Per questo chiede di poter lavorare da casa, da dove, oltretutto, non si perderà la telefonata che gli svelerà il senso della vita. Rinchiuso tra quelle quattro mura sgangheratamente tecnologiche, Qohen riceverà l’incarico dal direttore dell’azienda (Matt Damon) di risolvere il teorema dello zero, rompicapo algebrico/informatico che permetterà alla megaditta di non avere perdite di profitto nella produzione. L’isolamento del nostro calvo eroe finirà quando incontrerà il giovanissimo Bob, geek come lui, e la prostituta Bainsley.

“Ho voluto raccontare il tempo in cui viviamo, quello in cui il futuro è diventato realtà e ci ha preso prigionieri – ha spiegato Gilliam in una scoppiettante conferenza stampa veneziana – parlo del web, delle relazioni che ha creato e che sono perlopiù virtuali. Qohen è semplicemente prigioniero del suo lavoro ed è un po’ come tutti noi di fronte alle corporation che ci consumano e ci fanno consumare: non facciamo mai domande sul perché questo accade per paura di perdere il lavoro. Ho cercato di dare a Qohen la possibilità e la dignità di poter controllare quel mondo che l’aveva oppresso”.

Il web è l’imputato principale con un esempio candidamente illuminante: “La mattina mi alzo e in un secondo ho accesso a tutte le informazioni del mondo, ma la comunità divisa dalla crisi non riceve risposte per superarla. Vedi la Primavera araba: una rivolta di popolo nata sul web, poi dopo un anno in Egitto è tornato tutto come prima”. Rincarano la dose i due attori del film, David Thewlis (“Sono tornato alla macchina da scrivere, è un peccato investire cuore e tempo nelle nuove tecnologie”); e la bella Melanie Thierry (“non uso né Twitter né Facebook e mi dà fastidio chi si nasconde dietro uno schermo del pc”). “Il modo più sicuro per costruire il futuro è guardare al passato – continua Gilliam – La tecnologia cresce, ma altre cose crollano. Le religioni e la fede non funzionano più? Ecco la nuova fede della e nella tecnologia”.

Per chi conosce il cinema di Gilliam eccentricità e bizzarrie di sceneggiatura, set e caratteri in scena non sono più una novità, basti pensare a Brazil e L’esercito delle 12 scimmie (qui Qohen si mette sugli occhi due grosse pezze bianche come nell’originale La Jetée di Chris Marker, ndr): “Abbiamo girato a Bucarest perché a Londra e in Italia costava troppo. Con i costumisti Poggioli e Pascucci per fare i vestiti abbiamo acquistato tende da doccia e chili di stoffa a buon mercato in mercatini rumeni. Questo è un film fatto di tanta passione e pochi soldi”.

Compreso l’unico azzardo tecnologico per ricostruire la liquid memory del protagonista: “Le parole che la Thierry recita sui titoli di coda le ho registrate con l’iPhone da Londra, mentre lei era a Parigi. Forse esagero a lamentarmi: il web ci ha salvato il culo più volte”.