Il disastro è sospeso. Non archiviato, forse, ma sospeso. E questa è sicuramente una buona notizia. Come buona parte degli osservatori americani andava ripetendo, la scelta del presidente si muoveva tra azioni disastrose o catastrofiche. Quella annunciata ieri, di essere pronto all’attacco ma di voler aver il via libera dal Congresso, consente a tutti di tirare un sospiro di sollievo. E di fronte ad una situazione come quella della crisi siriana non è poca cosa.

Da un lato Obama sente il peso e la responsabilità di un intervento che dovrebbe fermare le azioni di Assad, quelle azioni che, finora, l’Onu, soprattutto per la costante opposizione russa ad ogni sanzione diplomatica, non è riuscita ad arginare. Dall’altro, invece, il peso del leader “del popolo”, di quel popolo che lo ha votato anche per finire la guerra e non iniziarne un ‘altra.

Con una decisione arrivata nella serata di venerdì sera, annunciata nel pomeriggio di sabato e che ha stupito persino i suoi più stretti collaboratori, ormai certi dell’attacco, Obama ha confermato diverse cose: di essere pur sempre il leader degli Stati Uniti, di sentire il peso di quel Nobel della Pace che molti, costantemente gli rinfacciano, e di non essere George Bush. 

Quando il Congresso sarà pronto alla discussione, saranno disponibili le prove raccolte dai commissari dell’Onu in Siria e ci saranno stati gli incontri del G20, quelli dai quali potrebbero, finalmente, emergere le responsabilità di altri Stati e il loro ruolo nel risolvere una crisi di cui tutti si lamentano ma che nessuno sembra voler affrontare seriamente.

E allora, si spera, ‘premere il grilletto’ potrebbe smettere di apparire come soluzione necessaria. Allora, si spera, tutti gli altri, Russia in primis, decideranno di smettere di dire solo no, senza proporre altre soluzioni.

Intanto, i venti di guerra che inquietavano il paese, mai come ora contrario ad un intervento militare, si sono placati. E la colomba ha – almeno temporaneamente – avuto la meglio sul falco.