Caro Ferragina, ho letto il tuo post in risposta al mio e l’ho trovato corretto. Molto corretto. Forse troppo corretto. E ahinoi prevedibile. Lo si potrebbe riassumere citando il Rocky del quarto episodio: “Io credo che, se noi possiamo cambiare, tutto il mondo può cambiare“. E giù applausi.

Solo che tu non sei Balboa e io non sono Gorbaciov. E neanche Ivan Drago. Mi chiedi, dimostrando di non leggermi granché (e beninteso lo capisco benissimo), di “assumere anche posizioni difficili ed impopolari con lo scopo di essere più costruttivi nel dibattito“. Aggiungendo poi, tanto per essere ancora più politicamente corretto, la parola “populista” (ti sei è dimenticato “qualunquista”). Come cantava qualcuno, “di quelli che diranno che sono qualunquista (e populista, aggiungo io) non me ne frega niente“.

Lo faccio sempre, caro Ferragina. Cerco ogni volta di provocare costruttivamente chi mi legge, perché è questo il compito dell’intellettuale e del giornalista. Non inseguire l’applauso, ma attuare un cortocircuito in chi ti legge e ascolta. Per poi costringerlo anche solo a un pensiero. A un’analisi. A un’elaborazione.
A volte ci riesco e a volte no.

Dopo lo scambio di ieri con Pippo Civati, mi sono attirato gli insulti di mezza Rete per aver osato scrivere che il senatore 5 Stelle Vito Crimi non ne ha indovinata una come portavoce e che la strada proposta anche da Paolo Flores D’Arcais (governo Rodotà o Zagrebelsky) dovrebbe essere quella intrapresa dai 5 Stelle. A parte l’accusa di essere il mandante della strage dell’Italicus, mi sono beccato di tutto. E’ stato divertente.
Non mi sono mai posto il problema di essere popolare: a malapena vado d’accordo con l’arcipelago di me stesso, figuriamoci. Scrivo e dico quello che vedo. Forse sbagliando, ma senza calcoli.

Nella tua iper-garbata elencazione di buoni propositi, mi esorti in qualche modo a “fare qualcosa” di concreto. Vecchia accusa di chi contesta al giornalista o all’intellettuale di “saper solo parlare” (come se fosse facile). Mi suggerisci quindi, magari, di mettermi in politica come Civati. O anche solo di partecipare a una bella Primaria: preferisco vivere, caro Ferragina. Cioè scrivere. Parlare. Schierarmi. E’ questo il mio “fare politica”.

Quanto a Pippo Civati. Non facciamo troppo i frignoni. Se non lo stimassi, non gli dedicherei così “tanti” articoli. E lui lo sa bene. Tendo per scelta a essere particolarmente pungolante con chi ritengo meritevole. Con Civati ha senso. Con Boccia, no. La questione Civati, con o senza personalismi, si può facilmente riassumere così: “O è masochista o è furbino”. Se è masochista, agli schiaffoni di Franceschini e Ginefra preferirei – fossi in lui – un bel trampling di Rosario Dawson. Dà molte più soddisfazioni. Il problema è se Civati non è un idealista votato alla sconfitta, categoria velleitaria ma spesso affascinante, bensì un old boy che si costruisce scaltramente la sua corrente-spiffero. Come ha scritto ieri Michele Emiliano, “Senza il Pd Berlusconi sarebbe già finito”. Scalare il Pd dall’interno è impossibile, ancor più per Civati, che dentro il partito conta poco e fuori conterebbe meno (per questo non esce).
Il suo progetto non solo non ha speranze, perché il futuro del Pd si chiamerà in ogni caso Matteo Renzi, ma ha anche il torto (spero involontario) di servire come alibi proprio a chi lui dice di combattere. Allo stato attuale, stando ai dati di Openpolis, Civati ha votato nel 98% dei casi come Capezzone: di quali battaglie civatiane stiamo parlando? Alla Playstation, forse.

Finché ci sarà la foglia di fico di Civati, coi suoi giochini di parole (“Civoti” è davvero roba da Bim Bum Bam) e le sue interviste-sfogo seriali in collegamento dalla Confraternita dei Baccellieri di Ca’ de Cio, i famosi 101 che hanno uccellato Prodi – e non solo loro – potranno definirsi altamente democratici, perché tollerano perfino il temibilissimo “ribelle” Civati. Pippo Tentenna vuole giocare alla corsa per il “segretario di Pirro”? Bene. Lo faccia. Se partecipassi a quel voto, come già detto, lo voterei. Giochi pure a tal giostra.

Una volta perso, sarò molto curioso – io come tanti – di studiare le sue mosse. Se rimarrà dentro il Pd, darà ragione a chi lo ritiene un fiancheggiatore gggiovane dei gerarchi piddini. Se uscirà, magari per costruire quel famoso “cantiere della sinistra” coi Rodotà e i Landini, avrà fatto un bel regalo a questo paese. 

Un saluto, in bocca al lupo e grazie per l’attenzione.