Si chiude, dopo cinque giorni, il processo all’ex “astro nascente” della politica cinese. Bo Xilai ha contestato le accuse difendendosi come un leone, ammette solo il non essere stato attento agli oltre seicentomila euro in fondi pubblici finiti a disposizione della moglie. E il processo è stato caratterizzato da un’inedita trasparenza: la corte ha via via rilasciato le trascrizioni delle udienze online (anche se alcune fonti sostengono che alcune parti delle testimonianze dell’imputato siano state censurate). La sentenza verrà emessa nei prossimi giorni (verosimilmente nelle prossime due settimane), ma già si discute sulle ultime rivelazioni e su come è stato gestito l’intero processo.  

Per prima cosa è evidente che nelle trascrizioni della testimonianza dell’accusato non sono uscite rivelazioni su come è stato trattato né dove sia stato rinchiuso negli ultimi 17 mesi. Bo Xilai, che conosce fin troppo bene le dinamiche politiche dell’ex impero di mezzo, sembra non abbia mai passato il limite: nessuna accusa ad altri membri del Partito, nessuna recriminazione sul trattamento a lui riservato. Nell’ultima udienza però aggiunge un nuovo tassello all’intrigo: i due testimoni chiave del suo processo avrebbero avuto una relazione illecita. Secondo quanto dichiarato nell’ultima giornata del processo Wang Lijun – suo ex braccio destro e capo della polizia che con un’inedita fuga al consolato americano ha innescato la sua caduta – e sua moglie Gu Kailai – condannata alla pena di morte sospesa per l’omicidio del cittadino britannico Neil Heywood – sarebbero stati amanti.

Secondo molti analisti la rivelazione di questo triangolo amoroso è un ultimo stratagemma per evitare che il processo vada a toccare i nervi scoperti del Partito. Si è parlato di corruzione, vita dissoluta del suo rampollo, ville a Cannes, inganni e sesso senza mai approfondire il significato politico del processo del leader più carismatico che si sia affacciato sulla scena cinese dai tempi di Mao. Un politico caro alla sinistra maoista messa in minoranza dall’ultimo Congresso e – forse ancora più importante – figlio di uno di quegli otto leader che avevano accompagnato Mao nella costruzione della Repubblica popolare.  

Inoltre durante il processo non si è fatto accenno nemmeno alle torture, alle intercettazioni e ai ricatti che secondo diverse testimonianze avrebbero caratterizzato la tanto lodata “lotta alla mafia” condotta da Bo Xilai e dal suo braccio destro Wang Lijun durante il loro governo della megalopoli di Chongqing. Una campagna che aveva portato a oltre 9mila arresti in pochi mesi ma che, secondo diversi analisti, era stata soprattutto uno strumento politico per sbarazzarsi di chi si opponeva all’ascesa politica del “principe rosso”.  

Se i media ufficiali si sono concentrati sulle accuse rivolte a Bo Xilai, l’inedita diffusione in rete delle testimonianze e il loro commento sui microblog hanno favorito la diffusione della versione di Bo e ne hanno fatto crescere la simpatia tra l’opinione pubblica. Ma il processo – o quello che è stato dato in pasto al pubblico – si è tenuto ben lontano dall’illuminare le molte zone d’ombra che segnano la crisi politica più importante che il Partito comunista cinese ha dovuto affrontare dai tempi di Tian’anmen.

Xi Jinping, che aveva inaugurato la sua presidenza dichiarando guerra alla corruzione dilagante all’interno del Partito (“colpiremo sia le mosche che le tigri” aveva proclamato appena investito della carica più alta di governo) ne esce vincente domando la tigre più potente. E l’ultima testimonianza di Bo, che sostanzialmente riduce un’acerrima lotta ideologica e politica a un crimine di passione, non fa altro che convalidare l’archetipo del funzionario corrotto che gli hanno cucito addosso.

Nell’attesa del verdetto finale molti importanti commentatori esprimono soddisfazione per la rara correttezza del processo: a Bo Xilai è stato concesso di difendersi in aula e le sue dichiarazioni (almeno la gran parte di esse) sono state rese pubbliche. Ma diversi e importanti professori di legge frenano gli entusiasmi. Prima di elogiare il sistema giuridico cinese, bisogna aspettare la sentenza.

di Cecilia Attansio Ghezzi