Da qualche giorno il governo sembra essere impegnato ad infondere ottimismo sulla crisi. È vero, si avvertono timidissimi segnali di ripresa, ma, per migliorare la condizione di vita della gente, la ripresa deve innescare una crescita quantitativa e qualitativa dell’occupazione. Di questa crescita non c’è traccia all’orizzonte.

Nel secondario (industria) il picco occupazionale è stato raggiunto trent’anni fa, lo stesso è successo nel terziario e nella pubblica amministrazione più di recente. Le industrie, quelle che sono sopravvissute, hanno investito per migliorare l’efficienza e rimanere competitive sacrificando l’occupazione. Le nuove tecnologie, sulle quali è necessario investire più di quanto stiamo facendo, nascono già efficienti, non avranno bisogno di occupazione di massa: le nanotecnologie necessiteranno probabilmente di nano-occupazione.

In un’economia globalizzata, ogni “storia di successo” occupazionale  ha come effetto una corrispondente e più grande “storia di insuccesso” da qualche altra parte.

Quello che è in crisi è il sistema produttivo industriale. Non mi sento (ancora) di affermare  che esso abbia esaurito la forza propulsiva che lo ha mosso e fatto crescere dalla fine del settecento ad oggi, certo è che in un mercato globale ed efficiente sembra non funzionare più così bene. 

Il risultato è che siamo a bordo di un aereo che sta inesorabilmente perdendo quota con i motori guasti; non abbiamo altra scelta che ripararli in volo! Per riuscirci dobbiamo negoziare con l’Europa l’uscita dal rigore e ingentissimi investimenti che ci consentano di modificare dalle radici il sistema economico e produttivo del paese. Sarà un processo lungo e faticoso. Nel frattempo però dobbiamo –  da soli e immediatamente – scongiurare lo schianto.

Non possiamo più permetterci privilegi, dobbiamo anzi eliminare quelli esistenti: baby e maxi pensioni, doppi incarichi, stipendi d’oro e benefit a favore di burocrati e funzionari pubblici, politici inclusi. Ci diranno che ci vuole ben altro, che si tratta di piccole cifre assolutamente non in grado di risolvere alcunché; sono invece parecchi miliardi che potrebbero essere recuperati subito, per sempre e a costo zero.

Dobbiamo trasformare l’istituto della cassa integrazione in deroga in indennità permanente per chi ha perso il lavoro, dobbiamo istituire un piccolo assegno di cittadinanza a favore dei giovani che un lavoro stabile e sicuro rischiano di non averlo mai e ridurre la tassazione alle famiglie e alle imprese, Imu ed Iva comprese.

Uscita dalla crisi all’orizzonte oppure no, è quantomai urgente mettere al sicuro, strutturalmente, la mera sopravvivenza del paese rilanciandone i consumi interni e rendendolo nel contempo più giusto ed efficiente.

Il governo riuscirà (forse) a bloccare per due anni gli adeguamenti di carriera nel pubblico impiego, ci riuscirà (forse) con un provvedimento temporaneo e lineare che riguarda tutti, dai dipendenti a 1300 euro al mese ai massimi dirigenti. E’ da questa logica che occorre uscire: economicamente parlando togliere cinquanta euro di reddito a  mille lavoratori a basso stipendio è recessivo, toglierne cinquantamila ad un solo, strapagato, individuo è risparmio virtuoso. Dal punto di vista etico poi, penalizzare i dipendenti a basso reddito utilizzandoli come “foglia di fico” per far digerire i tagli alla classe dirigente, è addirittura immorale. Del resto “forti con i deboli e deboli con i forti” è la massima che da un paio di decenni caratterizza i governi italiani: il governo delle larghe intese largamente conferma.

Ministro Saccomanni, batta i pugni e da settembre si faccia consegnare le chiavi delle auto blu! Poi, se vuole, prosegua: su questa linea ce ne sono moltissime di cose da fare. Difficile è il primo passo, mandi un segnale. Vedrà che poi la parte migliore del paese sarà con lei.

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