La chiusura della prima parte dell’inchiesta sul disastro del Monte dei Paschi di Siena ci ha lasciato con molte domande e qualche inquietante certezza. Abbiamo capito che in Italia si può comprare una banca da 10 miliardi – l’Antonveneta – con la leggerezza con cui la più sprovveduta delle vecchiette sottoscrive il prodotto finanziario speculativo e pericoloso soltanto perché così le ha consigliato il bancario. E abbiamo capito che la Banca d’Italia ha avallato quella operazione lasciando nel plurinquisito ex direttore generale Antonio Vigni l’impressione che tutta la struttura, dal-l’allora governatore Mario Draghi in giù, fosse “al nostro fianco”, come annotò su un taccuino. Ignazio Visco, successore di Draghi, ha spiegato più volte che Bankitalia ha fatto tutto quello che la legge le consentiva per prevenire il disastro. Ma resta il fatto che quell’operazione, inizio di tutti i guai, nel 2007 fu autorizzata. Poco importa che – dicono da via Nazionale – quello che oggi sembra un prezzo assurdo allora sembrasse in linea col mercato. Almeno Bankitalia dovrebbe essere capace di ragionare in autonomia, a prescindere dalle bolle che dominano le Borse.

Seconda certezza inquietante: il ministero del Tesoro, che deve vigilare sulle fondazioni azioniste delle banche, non ha vigilato abbastanza da evitare che a Siena spacciassero per capitale quello che in realtà era debito, il famoso contratto Fresh. Guarda caso, è solo una coincidenza ed è vietato pensare male, in quella partita illecita ma remunerativa per i creditori, si trovano coinvolti tutti i poteri della finanza italica, da Mediobanca a Fonsai a Unipol a Generali. Ovviamente all’insaputa dei rispettivi amministratori delegati e dei loro noti stipendi.

Terza certezza: il contratto tra Mps e Nomura che nascondeva il falso in bilancio era chiuso in una cassaforte scoperta solo a fine 2012. Ma, come si legge in una mail agli atti del segretario del cda, Valentino Fanti, i riferimenti espliciti all’accordo che serviva a truccare i conti erano tra le carte lasciate da Vigni. Che, evidentemente, nessuno ha avuto voglia di toccare per mesi. Ora che il problema è esploso, si continua con le ambiguità: il presidente Alessandro Profumo sta guidando la banca verso la rinascita o, come sembra temere la Commissione Ue, la nazionalizzazione? Che, magari, gestirà lui stesso da ministro in un governo del suo nuovo amico Matteo Renzi? E quanto costerebbe questa operazione: soltanto i 4 miliardi già prestati dai contribuenti italiani o molto, molto di più? Ora che l’inchiesta è chiusa e che a pagare saranno soltanto i vecchi manager sarebbe ora di finirla con lo scaricabarile e discutere di che fare quando, tra pochi mesi, i Monti bond arriveranno a scadenza.

il Fatto Quotidiano, 7 Agosto 2013