Non tutto il male vien per nuocere. Soprattutto, non tutti i trionfi sono tali. A chi, e sono in molti, non solo in Giappone, non solo in Asia, brinda o si preoccupa per la schiacciante vittoria della cosiddetta Balena Gialla – termine che mi permisi di mutuare trent’anni fa per definire il partitolo liberaldemocratico giapponese, ispirandomi alla fortunata definizione che il grande maestro Giampaolo Pansa affibbiò alla vecchia DC – alle recenti elezioni per il parziale rinnovo della Camera Alta dico che grande vittoria tutto sommato non è stata (la sua coalizione è appoggiata da un elettore su quattro, gli altri o hanno votato per le varie opposizioni o non sono proprio andati a votare: l’affluenza alle urne è precipitata al 52%) e che dunque non è il caso di strapparsi le vesti, cercare un bunker anti-atomico e stare alla larga dal continente asiatico, dove Shinzo Abe, il baldanzoso Principino Nero, come qualcuno l’ha soprannominato, vorrebbe scatenare l’apocalisse. Niente di tutto questo. Come ha già dimostrato in questa prima fase del suo governo, Abe – ammesso che li abbia mai avuti – ha già ‘perso i denti’ e non ha nessuno intenzione di provocare ulteriormente né la Cina né la Corea del Sud.

E probabilmente dovrà abbassare i toni anche con la Corea del Nord facendosi una ragione anche dei venti di pace che da un po’ soffiano sulla penisola coreana, dove tra pochi giorni ricorre il 60mo anniversario dello storico – e drammatico per il popolo coreano, l’unico rimasto ancora diviso dopo la guerra – armistizio e dove dopo mesi di minacce e insulti sembra che tutte le parti (Giappone escluso) siano di nuovo convinte che è meglio negoziare un accordo di pace “che alimentare una tensione capace, anche solo per errore, di provocare l’apocalisse”. Ho già scritto di questo argomento per questa rubrica e qui lo ribadisco: ci saranno presto sviluppi, positivi, sulla questione coreana.

Un Abe mansueto all’estero, dunque – come da precise istruzioni ricevute da Washington, che dopo la breve parentesi dei governi democratici di Hatoyama-Kan ha ripreso saldamente in mano le redini del fedele alleato -, e tutto concentrato sulla politica interna, ora che per la prima volta dai tempi del “maghetto” Junichiro Koizumi (2000-2003) dispone di una solida maggioranza nei due rami del parlamento. Ma un conto sono i numeri, un conto gli umori. In Giappone le cose funzionano esattamente come da noi, i numeri non sono tutto. Un conto è andare al governo, un altro è restarci. E non è detto che mega-maggioranze siano più efficaci, nel governare, di coalizioni traballanti. In mancanza dell’opposizione ‘politica’, al lavoro di logoramento, rallentamento e boicottaggio ci pensano le correnti interne ai grandi partiti. Fenomeno di cui la Balena Gialla, appena risorta, da sempre abbonda, esattamente come la vecchia Balena Bianca, la DC, che però oramai sembra davvero estinta (ma non si sa mai). Del resto siamo speculari, quanto a recente storia politica, sistema elettorale, tasso di sfiducia se non disgusto dei cittadini, e soprattutto, tasso di arroganza, corruzione e persino sciatteria degli uomini politici. Con l’unica differenza che in Giappone, dove purtroppo la magistratura non è ‘indipendente’ (non esiste un organo di autogoverno come il Consiglio Superione della Magistratura), il ‘coperchio’ non è mai stato sollevato del tutto e singole azioni episodiche (come quella condotta negli ultimi anni contro Ichiro Ozawa, costretto a dimettersi prima di diventare primo ministro ma poi assolto con formula piena) non fanno che aumentare il senso di pudico distacco della gente dal ‘pentolone’ di Nagatacho, il quartiere dei ‘palazzi’ di Tokyo.

Quartiere che anziché godersi la vittoria del PLD e prepararsi alle vacanze (anche il Giappone ‘chiude’, in agosto, sia pure per un periodo molto più breve, per celebrare l’O-bon, la festa degli antenati) è in questi giorni in grande fibrillazione. Come avviene nei pachinko, i micidiali flipper verticali che ancora oggi rappresentano il passatempo preferito dei giapponesi e fatturano più dell’intera industria automobilistica), anche a Nagatacho c’è fila alla cassa. C’è per esempio il partito alleato Komei, braccio politico dell’organizzazione laica buddista Soka Gakkai, che consapevole del suo ruolo oramai determinante per l’approvazione delle leggi in entrambi i rami del parlamento ha già fatto capire che vuole più ministri, più moderazione in politica estera (soprattutto verso la Cina), priorità assoluta alle politiche di sostegno sociale e dell’economia rispetto alle questioni ‘calde’ agitate (ma non troppo) nel corso della campagna elettorale. E cioè la riattivazione delle centrali nucleari e la riforma costituzionale. Questioni sulle quali il Komei, dopo aver intercettato il forte dissenso tra i suoi elettori (la Soka Gakkai è da anni impegnata sul fronte della pace e del rifiuto del nucleare e non ha risparmiato occasione per esprimere le sue critiche al governo) ha sinora mantenuto un basso profilo ma che ora, presumibilmente, potrebbe e dovrebbe affrontare con maggiore determinazione.

La questione nucleare in effetti non è di facile soluzione: la stragrande maggioranza dei giapponesi, pur consapevole che al momento non esistono alternative immediatamente ‘sostenibili’, ha oramai cambiato opinione ed è nettamente contro. Secondo un recente sondaggio del Tokyo Shinbun, il 54% è favorevole all’opzione zero immediate (quindi contrario anche alla riattivazione temporanea delle centrali), percentuale che sale al 69% se si parla di disimpegno programmato, come ha deciso, ad esempio, la Germania. Anche il mondo industriale, sinora compattamente schierato a favore del nucleare, comincia a dividersi, ed una serie di nuovi imprenditori, come Masayoshi Son, terzo uomo più ricco del paese e a capo della Softbank, seconda azienda mondiale nel settore della telefonia mobile, hanno già annunciato ambiziosi programmi di investimento nelle rinnovabili, dimostrando che è questo settore, e non più in quello nucleare, che può garantire una grande crescita ed enormi profitti.

Anche sulla questione costituzionale Abe e i sui falchetti da riporto avranno vita dura. La Costituzione giapponese, un delle più belle (e inapplicate…) del mondo, è stata scritta e imposta, in una fase particolarissima della storia, dagli Usa, che all’epoca occupavano il paese. E nonostante tutte le promesse, nessun leader del dopoguerra, nemmeno gente come Nakasone e Koizumi, di gran lunga più popolari di Abe sono andati più in là di baldanzosi proclami. Certo, all’epoca c’era una forte opposizione socialcomunista, in Parlamento, oggi ridotta ad una decina di deputati, ma l’allergia del popolo giapponese a toccare la Costituzione (oltre alla perplessità sulla priorità che questa vicenda debba avere in questo momento) resta inalterata. Sempre secondo il già citato sondaggio, il 42% degli intervistati è contrario ad ogni tentativo di riforma, mentre il 67% è contrario alla riforma dell’art.9 – quello che proibisce al Giappone di dotarsi di forze armate “tradizionali” , articolo di fatto già abbondantemente violato – una delle più importanti previste dal progetto di riforma governativo. Difficile che, nonostante la maggioranza assoluta appena conquistata in entrambe le camere, il premier decida di “forzare” la situazione, rischiando di perdere il sostegno popolare raggiunto con le sue politiche economiche. Anche queste, per ora, solo annunciate.

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