Dolce&GabbanaFranco D’Alfonso, il più “arancione” degli assessori di Giuliano Pisapia, non è noto per i giri di parole. Quando deve dire che al Comune di Milano non fa piacere concedere spazi agli evasori fiscali, lo dice senza girarci attorno. L’ha ripetuto in una chiacchierata informale accennando, come ipotetico esempio, agli stilisti Dolce&Gabbana, condannati in primo grado per evasione, e ha visto le sue parole strillate sulle pagine del Giornale. Risultato: i due stilisti hanno dichiarato una serrata di tre giorni (“Per indignazione”) dopo aver twittato: “Comune fai schifo!”. Una “operazione di marketing, di cui sono maestri, per conquistare le prime pagine dei giornali”, reagisce D’Alfonso su Facebook. Operazione di marketing con tanto di doppia pagina pubblicitaria pubblicata sabato scorso su alcuni quotidiani in cui gli avvocati dei due contestano la condanna ricevuta (1 anno e 8 mesi di reclusione per omessa dichiarazione dei redditi) e offrono la loro interpretazione dei fatti all’origine del processo: non c’è stata alcuna evasione, perché D&G su 360 milioni di entrate hanno pagato regolarmente le tasse (162 milioni, il 45 per cento), mentre l’erario ne pretendeva ben 549. “Com’è possibile che ci chiedano di pagare tasse superiori alle entrate, quasi il doppio di quanto incassato?”.

Per capirlo, bisogna tornare al 2007, quando in seguito a una verifica fiscale ai due stilisti viene contestata una megaevasione. Segue inchiesta della procura di Milano, che nel 2010 formalizza le accuse: Dolce & Gabbana hanno fatto un trucco all’estero, creando una società lussemburghese, la Gado, a cui hanno venduto (per 360 milioni, appunto) i marchi del gruppo. Ma quei marchi valevano ben di più: oltre 1 miliardo di euro, dunque le tasse da pagare erano 580 milioni. Da qui il processo e la condanna. Il giudice ha condannato per l’omessa dichiarazione della società Gado, anche se ha assolto (con la formula “il fatto non sussiste”, benché fosse già maturata la prescrizione) per il reato di dichiarazione infedele dei redditi, per l’evasione che sarebbe stata realizzata attraverso le dichiarazioni individuali di Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Il giudice li ha comunque condannati al pagamento di una provvisionale di 500 mila euro all’Agenzia delle entrate, che si era costituita parte civile nel processo. Non è dunque tutto risolto, come sostengono i difensori nell’inserzione a pagamento: la Gado, basata nel Principato, ha permesso che i proventi D&G fossero tassati all’estero; ma era un ologramma fiscale, visto che era di fatto gestita dall’Italia, un trucco societario per non pagare le tasse in patria.

Il procedimento tributario aveva già condannato i due stilisti nel gennaio 2012 a pagare 343 milioni di euro di multa al fisco, con condanna poi confermata anche in appello dalla commissione tributaria di Milano. Nel giugno scorso era arrivata anche la condanna penale: per omessa dichiarazione, con contestuale assoluzione per dichiarazione infedele.

Ora la serrata delle boutiques milanesi di D&G riapre la polemica: puro marketing, secondo l’assessore D’Alfonso, sostenuto in rete da molti che criticano gli evasori fiscali e in Consiglio comunale dal presidente Basilio Rizzo che, alla notizia dell’intenzione dei due di restituire l’Ambrogino d’oro, replica: “Bene, si vede che hanno riletto il regolamento e si sono accorti di non avere i requisiti necessari per la benemerenza cittadina loro concessa nel 2009”.

il Fatto Quotidiano, 21 Luglio

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