“Volevamo espolodere e scatenarci, così è nato il nuovo disco”. Così gli islandesi Sigur Rós, che hanno pubblicato lo scorso 18 giugno il loro settimo album in studio, descrivono “Kveikur” (“stoppino” in islandese), licenziato dall’etichetta inglese Xl Recordings. La fama del terzetto ha conosciuto negli ultimi anni un’impennata considerevole. Da fenomeno di culto di una scena, quella dell’Islanda, vivacissima (Bjork, Olafur Arnalds e Mum), a vere e proprie icone mondiali, richiestissimi da festival e spesso sold-out in prevendita. La loro “Hoppipolla” fu usata come jingle negli ultimi due Festival di SanRemo, le pubblicità traboccano delle loro melodie. E sono anche apparsi in una puntata ambientata in Islanda dell’ultima serie dei Simpsons.

La loro musica eterea e sognante, caratterizzata dai vocalizzi del cantante Jonsi, non ha subito variazioni significative nei 15 anni di carriera, ma nonostante ciò sono riusciti di volta in volta a declinare la loro proposta verso strade sempre nuove ed inesplorate. “Kveikur”, mettendo da parte l’afflato ambientale del precedente album “Valtari”, segna un ritorno ad un suono più aggressivo e rock.

Il terzetto, che si trasforma dal vivo in un ensemble di undici elementi, si appresta, dopo le tappe invernali, a tornare in Italia per un tour di quattro date, tra il 23 ed il 28 luglio, per toccare Tarvisio (Ud), Ferrara, Lucca e infine Roma. Li abbiamo raggiunti telefonicamente per farci raccontatare la genesi del nuovo album e capire come “Kveikur” suonerà dal vivo.

Prima “Valtari”, ora “Kveikur”. Due album in meno di un anno, per quale motivo?
Beh, perché di fatto non è andata esattamente così. “Valtari” è un disco su cui abbiamo lavorato per un sacco di tempo! Le registrazioni più vecchie di quel disco risalgono addirittura al 2005, è stata una sorta di collezione di brani che per molto tempo non siamo stati in grado di portare a termine. Il nuovo album invece l’abbiamo completato in un periodo di tempo relativamente breve. 

Kjartan Sveinsson (il tastierista, ndr) ha deciso di abbandonare la band qualche mese fa. Per i fan è stata una defezione inaspettata. Si era incrinato qualcosa nel rapporto con la band?
Assolutamente no. Credo l’abbia fatto per proseguire a fare musica per conto suo. Cinque anni fa, mentre noi continuavamo a comporre e lavorare alla nostra musica, lui studiava composizione e alla fine si è diplomato. Ha sempre amato il cinema e ha sempre detto di voler lavorare a colonne sonore o lavori simili. L’anno scorso ha deciso di non voler venire con noi in tour e nessuno se l’è presa perché per noi non era un problema. Poi, quando siamo rientrati, ci ha detto molto chiaramente che non avrebbe più voluto essere nella band. E ci siamo rimasti male ma abbiamo riconosciuto la franchezza con cui l’ha fatto, piuttosto che restare senza motivazioni.

Il nuovo album riflette in qualche modo i cambiamenti che sono avvenuti in voi nell’ultimo anno?
Penso che il cambiamento più grande sia il fatto che Kjartan non sia più con noi. Credo che questo abbia cambiato molto le dinamiche della band, perché ora non siamo più in quattro a comporre, ma solo in tre. Mi sento però di dire che, nonostante questo, quelle del nuovo disco sono canzoni dei Sigur Rós al cento per cento, solo con qualcosa di diverso.

“Kveikur” sembra essere l’esatto opposto di “Valtari”. Cosa vi ha spinto a questa svolta così aggressiva nel sound?
Non è stata certo una decisione, non abbiamo mai voluto andare di spontanea volontà in una determinata direzione, è successo tutto molto naturalmente. Probabile la ragione decisiva è stata la velocità con cui abbiamo assemblato e provato il tutto, che ci ha caricato di molta più adrenalina del solito, aumentando l’energia anche fra di noi. Di sicuro non è stata un’opposizione voluta al sound di “Valtari”. Noi continuiamo a pensare che quel disco raccolga degli ottimi brani. E tanto meno abbiamo voluto sfogare in “Kveikur” forme di rabbia o negatività: banalmente, ci sentivamo come se volessimo esplodere, come ti ho detto prima c’era molta energia fra di noi.

Parlando dei testi, siete tornati a cantare tutto in Islandese. Avevate qualche messaggio particolare da far passare?
Beh, in realtà no, semplicemente si adattava meglio al suono del disco. Per dirti, uno dei brani (“Brenninstein”, ndr) parla di un’eruzione vulcanica, qualcosa che in Islanda è all’ordine del giorno. In generale sono tutti racconti di eventi o situazioni che ci riguardano da vicino, che abbiamo vissuto o continuiamo a vivere. Anche sui testi non ci siamo mai veramente detti “dobbiamo parlare di questo o di quest’altro”, semplicemente escono quasi casualmente, molto spesso dopo che le parti strumentali sono già complete.

Cambierete qualcosa nella vostra attitudine dal vivo per seguire il nuovo sound di “Kveikur”?
Di sicuro faremo molti brani del disco, visto che il tour parte con l’idea di promuoverlo, ma in generale vorremmo fosse un mix di elementi dal presente e dal passato, abbiamo ormai parecchio materiale accumulatosi nel corso degli anni. Siamo molto orgogliosi di questo nuovo album e anche per questa ragione vogliamo portarne gran parte dal vivo, ma al tempo stesso di sicuro faremo molti dei nostri vecchi brani, perché alla gente piacciono ancora. Al momento stiamo eseguendo quattro brani da “Kveikur” ma sono sicuro che diventeranno presto molti di più.