Il dibattito sull’Imu è ancora aperto a tutte le opzioni, tranne l’unica corretta: il mantenimento della struttura lasciata dal Governo Monti. In gioco non c’è solo il gettito, ma la stessa autonomia locale. Può sopravvivere solo se tutti sono contribuenti oltreché elettori. Soluzioni possibili.

di Gilberto Muraro* (lavoce.info)

L’Imu, l’autonomia e la responsabilità

Di sicuro, le larghe intese su cui si regge il Governo non riguardano l’Imu sulla prima casa, visto che il dibattito continua a offrire le stesse opzioni sentite all’inizio del mandato, tra ipotesi di abolizione, di raddoppio o triplicazione dell’abbattimento alla base, di trasformazione in altra cosa. Solo l’ipotesi di invarianza è scartata, anche se raccomandata dal Fondo monetario e convalidata dalle esperienze di tutti i paesi del mondo.
In gioco non ci sono soltanto i pochi miliardi di gettito connesso alle varie ipotesi, non più di quattro- cinque nel caso di abolizione. È la questione dell’autonomia localeche occorre affrontare alla radice.
Gli abolizionisti usano espressioni diverse, ma hanno in comune una visione dello Stato nemico e vorace, il Leviatano di Hobbes delle memorie scolastiche, che non si ferma nemmeno di fronte alla sacralità della prima casa, per molte famiglie il frutto degli sforzi di una vita e l’ultimo baluardo contro un futuro incerto. Siamo agli antipodi del localismo americano decantato da Tocqueville, dove il governo locale riguarda la res communis – la città come condominio collettivo – in cui tutti si ritrovano e al cui mantenimento e sviluppo tutti concorrono.
Sotto questo profilo appare un vero e proprio tradimento da parte della Lega l’avere accettato, nella rincorsa populistica al consenso elettorale, l’abolizione voluta dal Pdl, proprio quando essa predicava il federalismo fiscale. Perché il federalismo serio postula il binomio autonomia e responsabilità; e la responsabilità implica che ogni cittadino veda insieme i costi e i benefici della spesa pubblica, ossia che l’elettore sia anche contribuente.
La fiscalità locale dovrebbe perciò essere dominata dal principio del beneficio,anche se mitigato dal principio costituzionale della capacità contributiva, che va invece realizzato nei tributi nazionali. La finanza locale disegnata dal Governo Monti appariva quindi corretta. Poiché la spesa locale avvantaggia soprattutto le proprietà immobiliare e i residenti, è bene che sia finanziata dall’Imu sulla proprietà e dalla Tares sui residenti, proprietari o inquilini che siano. Si tratta di una struttura fiscale che finalmente realizzava il disegno riformatore già configurato nel Libro bianco sulla riforma fiscale pubblicato da Giulio Tremonti nel 1994 e di cui lo scrivente aveva curato il capitolo sulla finanza locale. Quella struttura fiscale andrebbe calibrata, in particolare riformando celermente il catasto diventato fonte di ingiustizie rese intollerabili dai rialzi degli imponibili, non gettata via.
Abolire l’Imu sulla prima casa, in presenza di un’addizionale Irpef che giustamente concede molte esenzioni in nome della progressività, significa ammettere che una forte minoranza di cittadini nulla paghi al proprio comune al di fuori della tassa sui rifiuti. È difficile generare un senso diffuso di comunità responsabile se l’unico collante è rappresentato dai rifiuti. È facile invece che si generi un processo disgregante, con la spesa pubblica locale che viene allargata sotto la pressione di una maggioranza che poco o nulla paga. L’esito finale è la crisi dell’autonomia comunale e la ripresa di un centralismo che a quel punto apparirebbe come l’ancora di salvezza contro gli squilibri locali.

La service tax

Non resta che sperare che, tra le tante opzioni, il Governo scelga quella che più si avvicina alla struttura esistente, ossia la via della service tax: un’imposta sui servizi che assorbirebbe Imu e Tares, senza risparmiare nessuno al di sopra di un basso livello di reddito. Sarebbe una manovra gattorpadesca, ma questa volta a fin di bene.
In subordine, appare interessante l’ipotesi di un “taglio “opzionale” dell’Imu sulla prima casa, nel senso che lo Stato mette a disposizione di ciascun comune, sotto forma di un allentamento del patto di stabilità, un ammontare corrispondente alla riduzione o all’abolizione dell’Imu decisa dal Governo, lasciando però libero il comune di decidere come giovarsene: per ridurre o abolire effettivamente l’Imu nei termini ipotizzati nella manovra statale (con libertà del comune, peraltro, di variarne le modalità applicative, che potrebbero quindi contemplare un aggancio all’Isee o un diverso sistema di abbattimento alla base); oppure per lasciare l’Imu inalterata e aumentare la spesa pubblica locale per investimenti aggiuntivi, ora bloccati dal vigente patto di stabilità; oppure per qualsiasi mix delle due soluzioni.
L’aggancio al patto di stabilità, che è un riferimento concettualmente transitorio anche se di fatto duraturo, rende la soluzione meno pregevole della service tax, che sarebbe invece riforma strutturale. Ma il rispetto dell’autonomia locale, anzi l’autentica provocazione a usarla con trasparenza e coraggio, la rende di gran lunga preferibile al de profundis sull’autonomia implicito nella semplice abolizione dell’Imu sulla prima casa.

*Professore Ordinario di Scienza delle Finanze, Facoltà di GiurisprudenzaNote Biografiche: Nato 1939, Laurea in Economia e Commercio, Università Ca’ Foscari di Venezia, MSc in Economics University of York ( UK), ricerche a Cambridge e a Berkeley .E’ presidente del Nucleo di Valutazione nelle Università di Bologna e di Macerata e socio di varie Accademie ( Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti; Accademia Galileiana; Accademia Olimpica e Accademia dei Concordi). E’ stato: Rettore dell’Università di Padova; presidente dell’Associazione Italiana di Economia Sanitaria e della Società Italiana di Economia Pubblica; vicepresidente del Consiglio superiore di sanità; presidente del Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche; presidente della Commissione tecnica per la finanza pubblica, direttore del Criep( centro di ricerca interuniversitario sull’economia pubblica); direttore della rivista “Politiche sanitarie”.