Molti di noi sono convinti che religione ed economia non abbiano nulla in comune. Vorremmo che fosse così, ma non è vero, quindi è meglio tenerne conto. Frank Knight, un gigante tra gli economisti del XX secolo, autore di lavori che hanno aperto la strada alle moderne teorie dell’impresa (e, involontariamente, consentito di riempire le aule universitarie di discipline che dovrebbero approfondire scientificamente il business, ma in realtà danno più che altro da mangiare a un certo numero di professori e a numerosi consulenti) dedicò molta parte della sua vita a studiare l’influenza delle religioni sull’economia, giungendo alla drammatica conclusione che l’economia in realtà è una specie di religione.

Se volessimo proprio fare sfoggio di dottrina – ma in realtà con il solo scopo di dire ai nostri lettori che non stiamo parlando di aria fritta – potremmo aggiungere che uno dei più importanti economisti contemporanei, Robert J. Barro, studioso (quantitativo) della crescita economica anche lui ha pensato bene di approfondire i rapporti tra crescita economica e religione. Insomma potremmo tranquillamente prendere atto che il problema effettivamente esiste. In definitiva, mentre, come diceva Machiavelli, la politica non si fa con i Pater noster, nel caso dell’economia le preghiere contano, eccome. Ogni economia ha le sue preghiere e i suoi sacerdoti. Ad esempio gli islamici, che molti di noi vorrebbero trattare come dei baluba fermi al Medio Evo, in realtà hanno sviluppato interessanti forme di controllo etico-religioso delle attività finanziarie, che noi forse non dovremmo imitare, ma dalle quali potremmo peraltro trovare ispirazione per quella riforma radicale del mondo degli affari che tutti aspettiamo.

Quindi il nostro fondamentale problema economico, come italiani, è che siamo cattolici e romani. Vale a dire, ci tiriamo dietro tutta una serie di conseguenze sul piano della cultura e dei comportamenti economici, che non si ritrovano altrove. Ad esempio, lo Ior fino a poco tempo fa era di sicuro un’istituzione italianissima, dal momento che riusciva a fare operazioni sporche o perlomeno non chiare con denaro destinato ad opere di bene. Nessuno come noi riesce a coniugare serenamente pessimi comportamenti economici con la partecipazione alle Sante Messe. L’Italia è la terra in cui è nata ed è sempre stata praticata l’usura, anche da parte di papi e cardinali, ma è anche il paese dove giuridicamente il prestito a interesse non è mai stato permesso dalla Chiesa cattolica. Imprese come la Parmalat, l’Ilva, Mps, ma anche la stessa Fiat, MediasetTelecom e molte altre, sono certamente tipiche italiane, nel senso che con la massima tranquillità praticano un capitalismo bifronte, che potremmo sintetizzare con l’aureo principio «ama Dio e fotti il prossimo». A parole manager e proprietari schifano il profitto e professano ai quattro venti rispetto e deferenza verso i princìpi etici, la solidarietà e il bene del prossimo; in pratica invece non guardano in faccia nessuno e spesso non arretrano di un passo davanti a comportamenti in grado di creare gravi danni a dipendenti, azionisti e consumatori.

C’è infine un altro aspetto molto tipico dell’economia italiana che discende dalla sua vicenda religiosa. È quello della situazione della proprietà ecclesiastica. Nessun paese al mondo ospita sul suo territorio una quantità di beni fondiari e immobili di proprietà di istituzioni religiose così elevata come il nostro. In quasi tutti i maggiori comuni italiani i vescovi sono i maggiori detentori di edifici. Se sul versante dello stato laico fossimo solo un po’ più credibili e seri (cosa che forse c’entra anch’essa con la tradizione religiosa) potremmo pensare di ridimensionare i beni della chiesa in Italia, e risolvere così almeno in parte il problema del debito pubblico senza gravare sui cittadini.

Ma questa è fantaeconomia , non solo fantapolitica.