Sulla “battuta” di Calderoli, e sulle reazioni che ha scatenato, si è scritto e detto molto. Anche in modo spontaneo, sui social network. Anche prima delle prese di posizione della nomenclatura politica. E per fortuna: segno che – come cittadini – non siamo ancora assuefatti, che ci rendiamo ancora conto della gravità di certe dichiarazioni, che vogliamo ancora far suonare (e ascoltare) i campanelli d’allarme. Che sappiamo ancora discernere tra esuberanze linguistiche e inaccettabili vaniloqui razzisti.

Il punto, però, è che lo facciamo da anni, di preoccuparci, di indignarci e sdegnarci. Ma i Calderoli di turno sono ancora tutti lì. E anzi, dalla nomina della ministra Kyenge in poi sono diventati ancora più aggressivi e spavaldi, e non hanno perso occasione per delegittimare, insultare, aggredire: per far sfoggio di tutto il loro immondezzaio razzista. Occorrerebbe uno scatto, ora. Qualcosa che costruisca un argine, faccia da diga. Un fronte antirazzista compatto, che unisca le tante esperienze, le tante battaglie di questi anni. Che crei dei distinguo netti, chiari. L’ironia non basta più, né è ammissibile minimizzare. Occorrerebbero invece – e finalmente – delle risposte forti: e non soltanto dire, ma fare qualcosa.

Ad esempio: pretendere che vengano sanzionati, legalmente, atti (quindi anche atti verbali) di razzismo. Una legge contro il razzismo esiste già. È la 205 del 1993. Che all’articolo 2 recita: “è vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni”.

Ora, qualcuno dirà che la frase di Calderoli non può essere rubricata d’ufficio come “incitamento alla discriminazione e alla violenza”. Eppure la “battuta” zoofila ripropone il più trito vocabolario del più classico razzismo (la de-umanizzazzione dell’altro, il paragone con uno stadio evolutivo inferiore, come spiega tra gli altri Chiara Volpato ne La deumanizzazione. Come si leggittima la violenza, 2011). Eppure quella “battuta” è soltanto l’ultima di una lunga serie di “battute” con cui la Lega Nord ci ha deliziato negli ultimi due decenni. E tra queste battute, molte hanno incitato e incitano – chiaramente – alla discriminazione e alla violenza (Borghezio, Boso e Salvini docent). Se ne potrebbe scrivere un libro, tanto è il materiale. Il linguaggio della Lega è, da sempre, razzista (con buona pace di chi, per calcolo politico, ha affermato che no, la Lega “non è razzista”: ci rinfrescano la memoria i Wu Ming con la loro analisi). E come tale andrebbe trattato. Una legge esiste già, si diceva. Che la si applichi, finalmente. Che si individuino responsabilità penali. Che si arrivi a condanne chiare ed eseguibili, a pene certe.

Ancora. Le dimissioni di Calderoli da vice-presidente del Senato sono un atto dovuto. In altri paesi (Inghilterra, Francia, Germania) non sarebbe passato un solo giorno: chiunque al suo posto si sarebbe dimesso, senza neppure cercare di arrampicarsi sui vetri per giustificarsi (come invece ha fatto Calderoli: vedi l’intervista rilasciata a La Stampa di ieri). Certo, ha ragione chi dice che il Senato non ha strumenti per formalizzare mozioni di dimissioni. Potrebbe tuttavia, all’unanimità, chiedere al senatore Calderoli di fare un passo indietro, non solo perché è un razzista, ma anche perché non è degno – per manifesta incapacità di mantenere un profilo e un linguaggio istituzionali – di ricoprire la carica di vice-presidente di quell’assemblea. Calderoli, oltre a essere un razzista, è insomma inadeguato. E per questo andrebbe rimosso. Purtroppo, malgrado l’onda di sdegno che ha attraversato il paese, l’unanimità nel richiedere le dimissioni di Calderoli ancora non si è vista tra i suoi colleghi. Ma da loro, prima che dai cittadini, dovrebbe partire una richiesta ferma, senza tentennamenti. Il razzismo non è compatibile con le istituzioni repubblicane: e fa specie doverlo ogni volta ricordare.

Inoltre. Gli esponenti della Lega Nord non sono nuovi – lo sappiamo – a sparate come quella di Calderoli. Scrive Gad Lerner sul suo blog: “L’aggressione verbale alla ministra Cécile Kyenge, mascherata come al solito da battuta di spirito, è stata un atto premeditato di violenza razzista. Calderoli sapeva bene quel che stava facendo […] al comizio di Treviglio. Cercava la provocazione, in un momento di massima difficoltà della Lega Nord afflitta da una vera e propria emorragia di militanti; e sua personale, visto che dall’interno lo accusavano di eccessi di moderatismo. Provocazione studiata, dunque, con il primo stadio di quell’odioso riferimento allo stereotipo coloniale più classico, l’uomo-scimmia, riferito agli africani”. Di provocazione studiata si è trattato, per far parlare di sé. Per occupare le pagine dei giornali. Per avere pubblicità gratuita.

Ecco, forse bisognerebbe impedire ai razzisti di casa nostra, per quanto possibile, di far parlare di sé, di prendersi continuamente la scena. Fare come si fa in radio, quando si interviene a sproposito, non si rispettano le regole: chiudere il microfono. Dovremmo chiudere i microfoni a certi individui, interromperne l’eco, offuscarne la visibilità. Finché questi signori non impareranno l’abc di un linguaggio consono al ruolo (di amministratori e parlamentari) che ricoprono, dovranno essere posti in quarantena mediatica. Facile a dirsi più che a farsi, indubbiamente. Anche perché certe “battute” non possono passare sotto silenzio. Ma questa, a pensarci bene, sarebbe la pena più severa da infliggere: la delegittimazione di metodi, slogan, codici. L’oblio mediatico.

Infine. Il linguaggio razzista ha stufato. Gli attacchi alla ministra Kyenge hanno stufato. Il “battutismo” e la stupidità hanno stufato. Le baruffe padane hanno stufato. Ed hanno anche stufato quelli che “non sono razzista, però…”, gli allarmismi di certa stampa quando si parla di immigrazione, la manipolazione delle statistiche, i silenzi sui CIE. Il fatto che la “Bossi-Fini” sia ancora legge dello stato. E hanno stufato non per ragioni di “politicamente corretto”, di pruderie intellettuale, di supposto “buonismo”. Anzi. Per anni l’antirazzismo è stato chiuso (si è fatto chiudere) nell’angolo del “buonismo”. E il razzismo si è potuto mascherare da “realismo”.

Ma l’opposizione tra “buonismo” e “realismo” è pigra, artificiosa, fuorviante. Perché l’unica vera opposizione è quella tra razzismo e realismo. E i dati reali, con buona pace di Calderoli e dei suoi accoliti, sono che l’Italia è già, e da anni, un paese “multiculturale”; che le migrazioni sono strutturali e funzionali in ogni società; che le “seconde generazioni” sono già (di fatto) “italiane” (e occorrerebbe finalmente formalizzarne la cittadinanza con una buona legge); che tra immigrazione e crimine non ci sono correlazioni statisticamente certe e inoppugnabili (si legga Immigrazione e criminalità, di Valeria Ferraris); che i CIE sono carceri con detenuti privi di diritti; che la legge Bossi-Fini è stata un fiasco non solo sul piano sociale, ma anche su quello burocratico-amministrativo (si veda tra gli altri il commento di Medici per i diritti umani); che costa di più, anche economicamente, respingere che accogliere (si veda l’illuminante rapporto dell’associazione Lunaria). Altro che buonismo: è il momento del realismo. È il momento di rispondere – senza soggezioni – ai razzisti di casa nostra: di smettere di tollerarli, di delegittimarli, di isolarli.