E’, finalmente, arrivata al capolinea una delle tante brutte storie italiane nelle quali Stato e para-Stato anziché proporsi come esempio di legalità e supportare il mondo delle imprese, preferiscono coalizzarsi alla ricerca di trucchi e cavilli per tutelare i propri egoistici interessi.

La vicenda in questione inizia con una Sentenza con la quale, nell’ormai lontano novembre 2007, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea stabilisce che la disciplina italiana che impone l’obbligo di apposizione del famigerato “bollino Siae” – la pecetta adesiva argentata che, ormai da anni, campeggia, tra l’altro, su Cd e Dvd – su tutti i supporti contenti opere dell’ingegno è “fuori legge”.

La Siae che, sino a quel momento, ha escusso la “tassa sui bollini”, accumulando circa dieci milioni di euro all’anno – milione in più, milione in meno a seconda delle annate – deve, dunque, cessare immediatamente di esigerla.

E le decine di milioni di euro – 60/70 milioni più o meno – incassati tra il 2000 – anno di entrata in vigore del balzello dichiarato fuori legge dalla Ue – ed il 2007?

A seguito della decisione dei Giudici europei, sarebbe stato lecito attendersi che la Siae – Ente pubblico economico incaricato dallo stato dell’escussione di una tassa – restituisse spontaneamente quanto sino a quel momento indebitamente incassato e, comunque, che lo Stato le imponesse, per legge, di provvedervi.

Impensabile, infatti, che un ente pubblico economico trattenga somme che sa non competerle e che lo Stato finga di non accorgersene.

Impensabile, forse, in un Paese più civile del nostro.

In Italia, accade, esattamente l’impensabile.

La Siae non solo non restituisce spontaneamente quanto sino a quel momento incassato ma si rifiuta persino di farlo quando alcuni imprenditori gli chiedono di provvedervi.

E lo Stato?

Il Governo – allora presieduto da Silvio Berlusconi – anziché bacchettare Siae per il suo comportamento decide prima di costituirsi in giudizio in supporto di Siae contro gli imprenditori che chiedevano la restituzione di quanto versato e poi di varare un provvedimento attraverso il quale reintrodurre nell’ordinamento l’obbligo di apposizione del famigerato bollino argentato e, soprattutto, stabilire che le somme incassate da Siae in passato non avrebbero dovuto essere restituite.

Una riedizione in chiave giuridica e moderna, insomma, di una strofa della vecchia canzone di Peppino Fiorelli: “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…chi ha dato, ha dato, ha dato…scurdámmoce ‘o ppassato, simmo ‘e Napule paisá!”.

Peccato solo che il passato da dimenticare fosse, guarda caso, quello in cui centinaia di piccoli e grandi imprenditori italiani si erano visti dragare milioni di euro per pagare una tassa dichiarata ingiusta dall’unione europea.

Ci sono voluti oltre cinque anni di cause davanti a tutte le giurisdizioni del Paese – la giustizia civile, sino ad arrivare in Cassazione, quella amministrativa e, da ultimo, quella tributaria – per sentir stabilire l’ovvio: Siae deve restituire quanto indebitamente incassato a titolo di tassa per il rilascio del famigerato bollino argentato.

A lasciare intuire l’epilogo sono stati, per primi, nel febbraio del 2012 i Giudici del Consiglio di Stato, stabilendo che il Governo italiano non avrebbe dovuto privare – a tutela del portafoglio della Siae – in modo retroattivo, gli imprenditori che avevano versato milioni e milioni di euro alla Siae, del diritto di averli indietro.

Nei giorni scorsi è stata, invece, la volta della Commissione Tributaria che ha messo nero su bianco il diritto della prima impresa ad aver agito in giudizio a riavere indietro quanto versato a titolo di “tassa sul bollino”.

Quasi un milione e mezzo di euro il primo assegno che la Società Autori ed Editori dovrà staccare.

Guai, però, a farsi illusioni.

E’ vinta una battaglia ma la “guerra” continuerà ancora a lungo perché è facile prevedere che Siae impugnerà la decisione dei giudici tributari e resisterà alle pretese di quanti, da domani, le chiederanno la restituzione delle decine e decine di milioni di euro che ha sin qui versato sostenendo non più che nulla è loro dovuto ma che ogni pretesa è ormai prescritta.

Alla fine, dunque, potrebbe capitare di risentire ancora canticchiare la vecchia canzone di Fiorelli: “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…chi ha dato, ha dato, ha dato…scurdámmoce ‘o ppassato, simmo ‘e Napule paisá!”.

Sarebbero però, note davvero stonate, autentiche “stecche dell’illegalità”.

[Nota di trasparenza: ho assistito l’impresa in questione nel giudizio contro Siae e la Presidenza del Consiglio dei Ministri con la conseguenza che nonostante la veridicità dei fatti narrati, le opinioni ed i toni sono, evidentemente, di parte