“La gente dorme meglio se non sa come si fanno la politica e le salsicce”, diceva il principe Otto von Bismark. È passato all’incirca un secolo e mezzo eppure siamo ancora lì, all’idea che non bisogna disturbare il manovratore; al tempo stesso va bevuta ogni favoletta idilliaca sui governanti responsabili e intenti al bene generale che vegliano su di noi.

Niente di nuovo nel merito, ma con un costante spostamento verso il basso del livello degli interpreti, nel passaggio dal ferreo cancelliere prussiano al soffice chierichetto da agguati in penombra Enrico Letta; il giovane premier che ha nel Dna di famiglia l’istinto del sicario con grazia. Come già ne sta facendo esperienza un suo coetaneo fiorentino: il presunto rottamatore finito in formalina Matteo Renzi.

Difatti Giorgio Napolitano, suprema vestale della costituzione materiale partitocratica, ha individuato proprio nel “nipote d’arte” un Mario Monti non solo anagraficamente più fresco ma anche infinitamente meno naif; uno in grado di comprendere che il Paese è un po’ più articolato e complesso di tre o quattro sale del caminetto con poltrone in pelle e boiserie di circoli esclusivi. Al tempo stesso, condivide con l’algido e albagioso bocconiano la convinzione che il corpo sociale di questo Paese vada sempre e comunque tenuto a bada.

Un perfetto oligarca per attuare la restaurazione in maniera indolore, secondo l’immutabile tradizione verticistica italiana; con un tratto monacale che lo distingue dagli eccessi imbarazzanti (e ormai stucchevoli) dei protagonisti più anziani: asettico rispetto alla materialità promiscua e lubrica di un Silvio Berlusconi, felpato quando Beppe Grillo rintrona con il suo sbraitare (ormai alla luna) persino l’uditorio degli aficionados.

Ma quale è la vera missione affidata al ragazzo meraviglia? Presto detto: durare. Semplicemente tirarla per le lunghe il più possibile; in quanto la classe politica che ora lo sostiene non intende correre il rischio di nuove elezioni. Una scadenza da procrastinare al massimo, non tanto per il pericolo rappresentato da un M5S parzialmente disinnescato, quanto per gli effetti di imprevedibilità insiti potenzialmente in quella massa di voti in libera uscita che ormai corrisponde alla metà del corpo elettorale.

Come è ovvio, il politicamente corretto della politica in maschera farà dire che “il governo ha come priorità lo scioglimento dei nodi della crisi italiana affrontandone i punti di crisi strutturali”. Puro ritualismo verbale, visto che la soluzione effettiva di tali problemi presupporrebbe interventi sovversivi che non rientrano minimamente nell’orizzonte di questo governo, espressione della corporazione del Potere.

A partire dalla disoccupazione giovanile; che mette a nudo le incapacità e le inettitudini della classe dirigente italiana intesa in senso lato, da decenni assenteista sul fronte del rinnovamento d’impresa. Un tempo si diceva “il modello di sviluppo”, considerando che quello attuale continua a galleggiare in stagni che stanno prosciugandosi. Dunque, lo spettacolo impudico di corporazioni politiche e d’impresa che declinano e avvizziscono giorno dopo giorno tenendosi abbracciate; scambiandosi favori come reciproci puntelli. Come purtroppo se ne avrà prossimamente conferma con il miliardo e mezzo di euro affidati a questo governo dall’Unione europea per innestare processi economici virtuosi che creino nuovo lavoro.

Vogliamo scommettere che il tutto si risolverà in finanziamenti a pioggia per tenere in piedi – senza innestare neppure le benché minime modificazioni – un tessuto produttivo che con i suoi cedenti livelli competitivi ha saputo soltanto distruggere posti di lavoro e impresa? Ma che risulta componente fondamentale di quel quadro immobile la cui perpetuazione nel tempo è la missione impossibile del senescente virgulto messo in pista da Napolitano.