È emblematico pensare che sull’aumento dei trasporti siano esplose in maniera così improvvisa le contraddizioni secolari di un Paese come il Brasile. I popoli hanno sempre combattuto per fame e per diritti, gli Stati per interessi economici, in questo caso i brasiliani protestano per difendere l’accesso universale ad un servizio pubblico. E mentre il Brasile si incendia sull’aumento dei trasporti, in Europa, è in discussione una Proposta di Direttiva sull’aggiudicazione dei «contratti di concessione», che riguarda, tra l’altro, i contratti a titolo oneroso stipulati tra uno o più operatori economici e le «amministrazioni aggiudicatrici», in primis, lo Stato e gli enti pubblici territoriali, aventi ad oggetto la prestazione di servizi pubblici essenziali.

Nella bozza della direttiva si legge che non vi è l’intenzione di incidere sulla libertà degli Stati membri di decidere tra fornitura diretta ed esternalizzazione. Tuttavia, l’obbiettivo della proposta e gli interessi che essa intende tutelare, sono chiari nel momento in cui si afferma che l’aggiudicazione delle concessioni di servizi con interesse transfrontaliero, pur soggetta al principio generale della libertà di circolazione delle merci, è afflitta da mancanza di certezza giuridica e ciò causa ostacoli per le imprese nell’accesso al mercato e perdita di occasioni commerciali per gli operatori economici. Ciò che conta, dunque, è il mercato e poter regolare ogni aspetto della vita tramite le sue regole.

In sostanza, la direttiva lascia sì agli Stati la libertà di concedere o meno ai privati la gestione dei servizi pubblici essenziali ma vuole implementare il quadro normativo adatto affinché, una volta optato per la strada delle privatizzazioni, questa risulti il più spianata possibile. È furbizia neoliberista: nulla si dice rispetto alla stretta connessione tra servizi essenziali e diritti dei cittadini, anzi se ne ribadisce l’assoggettamento a principi di libero scambio come si trattasse di una merce qualunque, dopodiché si afferma la libertà degli Stati di mantenerli nella sfera del pubblico o esternalizzarli e, in tal caso, si legifera al fine di delineare i confini e le regole che ne disciplinano la mercificazione. È chiaro che, in periodo di crisi del debito, fiscal compact e tagli agli enti locali, questi ultimi tendano a disfarsi della gestione dei servizi essenziali; in tale contesto la libertà lasciata sembra più di facciata, quasi la beffa di chi sa di aver in realtà creato tutte le precondizioni affinché l’effetto sia una spinta decisa alle privatizzazioni.

Se, dunque, per interesse transfrontaliero si intende «quello che lo Stato membro nutre nei riguardi di un’utilità o di un bene per la sua Comunità nazionale da realizzarsi in altro Stato membro o da ottenersi da quest’ultimo», va specificato che, calato in questo contesto, tale principio si declina in termini puramente economici: nel settore idrico, ad esempio, non si tratta di affermare un principio di solidarietà tra Stati che garantisca un’equa distribuzione della risorsa, bensì di tutelare l’interesse di aziende come Veolia, Hera, Acea, operanti nel settore dei servizi pubblici e ambientali, a darsi battaglia nell’accaparrarsi, secondo principi di libera concorrenza, gli appalti per la gestione del settore idrico e degli altri servizi pubblici essenziali. Concorrenza e mercato poco hanno a che fare, però, con solidarietà, accesso universale, equità, diritto alla vita, alla salute e alla dignità umana che dovrebbero regolare la fornitura di una risorsa essenziale.

Tanto che, dalla piena applicazione della direttiva, vengono esplicitamente esclusi soltanto quei servizi che abbiano una dimensione transfrontaliera limitata, in particolare i cosiddetti servizi alla persona come quelli sociali, sanitari ed educativi, cioè quelli strettamente legati a diritti tradizionalmente sanciti nelle costituzioni degli Stati membri e quindi difficilmente assoggettabili ad un prezzo di mercato e fuori da una gestione pubblica che ne garantisca l’accesso universale.

La novità è che il 21 giugno, il commissario Michel Barnier ha firmato una dichiarazione sull’esclusione dell’acqua dalla direttiva sulle concessioni: negando che la Commissione abbia intenzione di forzare o incoraggiare le privatizzazioni, che rimangono eventualmente una scelta dello Stato membro, egli ribadisce che unico scopo della direttiva è appunto quello di stabilire un libero mercato dei servizi.

Nella dichiarazione si fa esplicito riferimento alla prima Iniziativa dei cittadini europei (ICE) per affermare l’acqua quale diritto umano in tutti i Paesi membri; si tratta di uno strumento introdotto dal Trattato di Lisbona ed entrato in vigore ad aprile del 2012, attraverso il quale i cittadini possono proporre alla Commissione europea un’iniziativa legislativa che sia supportata da un milione di firme in almeno sette Stati membri.

Pur citando questa iniziativa e richiamando il milione e mezzo di firme raccolte in Europa, il commissario Michel Barnier sembra non averne capito il senso; egli dice infatti che, nonostante le numerose modifiche apportate al testo della direttiva sulle concessioni, questa, rispetto al settore idrico, non soddisfa nessuno: da un lato, la stessa ICE dimostra l’attenzione dei cittadini rispetto al tema, dall’altro, la direttiva sulle concessioni sarebbe artefice di «frammentazioni nel singolo mercato». Il punto è che se i cittadini firmano per l’acqua quale diritto umano, firmano implicitamente per l’acqua fuori commercio, bene vitale e non economico.