Nicolas Winding Refn lo sa: solo Dio perdona. Ma la critica e il pubblico? È tornato a Cannes due anni dopo il successo di Drive, che l’aveva tirato fuori dal recinto scomodo e dorato del cult per pochi. Lui e il suo attore, feticcio alla prima prova: Ryan Gosling. Il regista danese iperviolento e l’attore canadese ineffabile, una coppia da cinema muto, slapstick per stomaci forti: Gosling aveva meno di 20 battute, Refn giostrava la camera, tutti muovevano le mani, eppure, la storia c’era, il romanticismo baciava il nichilismo.

Critici, cinefili e spettatori della domenica, tutti a battere le mani. Anche i distributori: quando Refn e Gosling annunciano il bis, le due righe di sinossi fanno gola planetaria. La IIF e 01 Distribution bruciano la concorrenza per l’Italia, Only God Forgives è loro, lo champagne in ghiaccio. Per tutti parlerà quel volpone del direttore Thierry Fremaux, svelando il programma di Cannes 66: “Il già ribattezzato Drive 2”. Lui l’aveva visto, sapeva non era così, ma poco importa: l’attesa per Refn/Gosling atto secondo spasmodica, i “buu” non avrebbero nociuto. Non di soli capolavori vive un festival, la storia la fanno i film divisivi, quelli che si odia o si ama: Only God Forgives è uno di questi, anche se il pollice verso ha percentuali bulgare. Gosling molla macchina e States per un violento, calligrafico dramma da camera thailandese, che frulla Edipo, misticismo e legge del taglione. Non ha più la tenera Carey Mulligan al suo fianco, bensì una madre padrona, criminale e sosia di Donatella Versace: l’irriconoscibile Kristin Scott Thomas, altrove raffinata, qui sboccatissima. Sperando non abbiate connessione e dizionario, e che il vostro inglese sia oxfordiano, ecco la battuta che riserva alla fidanzata del figlio: “How many cocks can you entertain in that cum dumpster of yours?”.

Patricida scappato dagli States, il suo Julian (Gosling) s’è rifatto una vita a Bangkok: gestisce un boxing club, ma è lo spaccio l’anima del commercio. Boss Oltreoceano, mammina lo raggiunge quando l’altro figlio, il prediletto Billy, viene assassinato. Vittima e prima carnefice, Billy: ha stuprato e massacrato una prostituta sedicenne. A farlo fuori il padre della ragazza, ma il mandante è Chang (Vithaya Pansringarm), poliziotto in pensione e giustiziere a tempo pieno: nel mirino, la feccia dei bordelli e dei fight club.

Mamma vuole vendetta, Julian non può esimersi, e Chang nemmeno: botte, torture, esecuzioni, il campionario gronda sangue, ma c’è domanda? Sì, micragnosa: “Un film per chi ci vuole fare la tesi”, ha smozzicato un addetto ai lavori sulla Croisette.

Difficile dargli torto: madre divorante, complesso edipico, figlio castrato (Gosling, meno battute di Drive), dio della vendetta (Chang), spiritualità thai, i temi ci sono, ma epidermici, persino pretestuosi.

Perché Refn li spruzza come un deodorante sulle immagini: la poetica è nichilista, il film sul vuoto pneumatico, e gli archetipi fanno complemento d’arredo, specchietto per le allodole (fan e distributori). Tutto il resto è stile ieratico, icastico, e infinito paradosso: Solo Dio perdona è genere d’autore, action senza azione, noir variopinto, marcia funebre smargiassa. Gosling ha dato forfait a Cannes: non ha sentito i fischi, non li voleva sentire. Eppure, le mani offerte alla katana non sono sue, ma di Refn: anziché rifare Drive, ha fatto tabula rasa. Ancor più catatonico il suo Ryan, ancor più nichilista e iperviolento il suo cinema: occhio per occhio, dente per dente, Nicolas ha deciso di farsi amputare, e perdonare , il successo. Il compositore Cliff Martinez ridotto a rumorista, Gosling a comprimario, il film a involucro, ma lo stile è salvo, sottovuoto. Per dirla con Piero Manzoni, merda d’artista?

Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2013