Stamattina le agenzie hanno battuto la notizia di un’indagine della procura di Roma che avrebbe portato all’emissione di quattro misure cautelari personali e  ad una decina di perquisizioni in tutta Italia. Secondo le indagini, gli hacker sarebbero responsabile di una serie di attacchi nei confronti dei sistemi informatici di infrastrutture critiche, siti istituzionali e importanti aziende.

A quanto sembra, gli indagati risiederebbero in diverse parti d’Italia e, sempre secondo quanto riporta la stampa, l ’ipotesi di reato contestata sarebbe fra le altre, l’associazione a delinquere finalizzata all’accesso abusivo a sistema informatico.

Le  indagini sono state compiute dal Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche. Si tratterebbe, peraltro, di una delle prime volte, se non la prima, che il Centro, un organismo altamente specializzato del Ministero dell’Interno che dovrebbe avere funzioni di prevenzione degli attacchi alle infrastrutture critiche, funge da agente di polizia giudiziaria, partecipando cioè attivamente alle indagini in materia di reati informatici.

Il Centro era stato “attaccato” informaticamente da Anonymous e da altri gruppi nel luglio del 2011, quando  i server centrali del loro stesso Ente furono violati dai gruppi hacker di NKWT, Anonymous, LulzSec e Antisec. In quell’occasione furono prelevati importanti documenti e relazioni per un totale di 8Gb di dati che tuttora si troverebbero liberamente in internet.

L’attacco informatico fu all’epoca presentato come protesta contro l’arresto di italiani presunti aderenti ai movimenti hacker, ma fu bollato da alcuni come un “falso”.

Si tratterà di verificare gli ulteriori sviluppi della vicenda, ma già ora una certa anomalia sembra provenire da queste prime fasi dell’indagine. La presenza degli indagati in diverse parti d’Italia e l’utilizzo per fini personali del logo dell’Associazione Anonymous, tenderebbe infatti a far ad escludere che si possa parlare di un associazione a delinquere reale, dovendosi riscontrare al più un ipotesi di associazione  a delinquere “virtuale” che, però è stata ritenuta in diverse occasioni dalla giurisprudenza, non configurabile. E ciò è avvenuto sia in giudizi di merito che in Cassazione.

Interessante sarà  verificare anche la configurabilità del reato in Italia dal momento che, almeno nel caso dell’accesso abusivo al sito della Santa Sede, il reato difficilmente si sarebbe consumato nel nostro Paese.