Un capo democristiano, un leader della Prima Repubblica, si sarebbe ritirato con vergogna, avrebbe opposto dei “non ricordo”, o avrebbe risposto imbarazzato con la bavetta alle labbra. Lui no. Silvio Berlusconi riesce a ribattere punto su punto, sorridente, alla faccia del pudore e del buonsenso. Ha già constatato che funziona, gli italiani (anche se sempre meno) gli credono. Così continua. Anche sulla storia imbarazzante di ragazze minorenni che passano le notti ad Arcore. La migliore difesa è l’attacco e allora Silvio si fa confezionare dai volonterosi funzionari della sua Mediaset un programma in prima serata, messo in onda poche ore prima che Ilda Boccassini chieda la la sua condanna per concussione e prostituzione minorile. Racconta la sua versione, risponde alle accuse dei magistrati, valorizza le testimonianze favorevoli, rende incredibili quelle contrarie. Esibisce trasparenza, mostrando la sala da pranzo e la tavernetta del bunga-bunga.

Per la prima volta vengono mostrate le stanze della villa di Arcore. Quella della cena e quella del dopocena, nella tavernetta. Nei primi quaranta minuti d’inchiesta, dopo aver mostrate le immagini della manifestazioni di Brescia, si passano in rassegna molte testimoni delle “cene eleganti”. Tutte negano approcci sessuali. Confermano, invece, la cordialità degli incontri. L’innocenza anche. Solo cinque, annota l’inchiesta, raccontano altro. Ovvero il  cosidetto bunga bunga. Ma non vengono fatti i nomi, né mostrati i loro volti. Si cita il caso di Ambra Battilana. Ma solo per dire, subito dopo, di una lettera che la stessa Battilana invia al Cavaliere. Ne parla Maria Rosaria Rossi, all’epoca assistente personale di Berlusconi. E lo fa per dire che in quella missiva la ragazza ringrazia l’ex presidente del Consiglio e addirittura gli chiede un lavoro. Peccato che in tutto questo, manchi un particolare che il reportage di Mediaset omette. Tutte le ragazze all’epoca e ancora oggi vengono pagate da Silvio Berlusconi. Dato emerso dal cosidetto processo Ruby bis che vede imputati per favoreggiamento della prostituzione minorile l’ex consigliera regionale Nicole Minetti, Emilio Fede, Lele Mora. Di più: nella prima ora d’inchiesta non si dice che molto spesso le ragazze dormivano ad Arcore. La conferma del pagamento arriva dopo un’ora e mezza, per bocca dell’avvocato Ghedini.

Dopodiché mancano completamente le intercettazioni. Quelle più inquietanti e quelle che svelano in presa diretta come realmente andavano le cose. Manca, ad esempio, la telefonata di Ruby che racconta tutta la vicenda. “Silvio – dice – è preoccupatissimo, mi dice di fare la pazza”. E ancora: “Avrò i soldi, la fama. Ma di che cazzo devo avere paura”. 

Insomma: come non credere a quest’uomo? Nessun contraddittorio vero, nessun faccia a faccia con chi la storia la conosce davvero. La storia è un giallo addomesticato, con l’assassino (la magistrata rossa) svelato alla prima pagina. Alle domande più facili non risponde, anzi, non se le fa proprio fare. Per esempio: come mai passava sere e sere, compulsivamente, con decine di ragazze, alcune minorenni, alcune dal mestiere incerto? Come mai queste raccontavano al telefono di guerre tra loro per passare l’intera notte ad Arcore, dopo la “selezione” porno-soft del bunga-bunga, con l’obiettivo di avere soldi, più soldi, sempre soldi? Molti testimoni smentiscono: dicono sotto giuramento che erano solo “cene eleganti“. Peccato però che siano tutti a libro paga del signore di Arcore: ragazze, veline, subrettine, camerieri, pianisti, cantanti…

I pochi non pagati raccontano la squallida lascivia di un vecchio ricco e potente che trasforma la dimora del presidente del Consiglio in una succursale di serie B del Bagaglino e che, generoso, paga, paga, paga. “Più troie saremo, più bene ci vorrà“, cinguettavano al telefono: “Quel culo flaccido”. Perfino i suoi amici erano costernati: “Ha ragione Veronica, è proprio malato, continua con le feste come prima, invece di pensare ai problemi del paese”, dicevano al telefono Flavio Briatore e Daniela Santanchè. Sull’accusa più grave (la concussione), i volonterosi funzionari della disinformazione hanno vita perfino più facile: valorizzano le dichiarazioni dei funzionari vittime delle pressioni, nella notte in cui furono indotti a rilasciare una ragazza minorenne, senza documenti, in fuga da una comunità (è onestamente difficile ammettere di aver ceduto alle ripetute telefonate del capo del governo). E mettono invece la sordina sulle incontrovertibili dichiarazioni della magistrata che quella notte disse: “Sia tenuta in questura”, e stop.

Di fronte a un’evidenza così chiara e solare sui fatti neri delle notti di Arcore, chiunque si sarebbe arreso. Lui no. Ha mezzi che altri non hanno – soldi, tv – e soprattutto interlocutori, a destra e a sinistra, incredibilmente pronti a credergli o ad affidargli comunque le chiavi del partito, del governo, della nazione. Perché dunque non ne dovrebbe approfittare?

Articolo modificato dalla redazione web alle 23.09 del 12 maggio 2013