A Roma c’è un modo di dire: “Falso come le lapidi“. Indica qualcosa di estremamente non veritiero. Basta farsi una passeggiata in un cimitero per notare che i defunti sono tutti “padri integerrimi”, “madri la cui perdita provoca lutti inconsolabili”, “persone di specchiata onestà e dalle straordinarie capacità”.

E’ abbastanza evidente che i conti non tornano.

Ciascuno di noi, nel corso della sua vita, qualche disonesto o persona non proprio integerrima la incontra per forza.

La morte sembra cancellare per sempre quello che di sbagliato abbiamo fatto in vita. Almeno questo è quello che vogliono farci credere coloro che rimangono e che cercano di dare del caro estinto un’immagine rispettabile.

A costo di sembrare di cattivo gusto, credo che se uno volesse lasciare un buon ricordo, dovrebbe comportarsi in maniera corretta in vita, senza aspettare che qualcuno ci vesta a festa, cerchi una foto in cui siamo venuti bene e ci ficchi in una cassa di legno.

Ho letto un po’ di articoli dopo la morte di Giulio Andreotti. Ho visto qualche servizio nei tg e nei programmi di informazione.

L’aggettivo più usato era “controverso”. Il giudizio sul suo operato “contrastante”.

Per quel che mi riguarda il giudizio nei sui confronti era ed è rimasto lo stesso: totalmente negativo.

Col rispetto che si deve a ciascuno in caso di morte, trovo assurdo che si debba tutto a un tratto esaltarne “l’incredibile intelligenza”, “la straordinaria umiltà”, “il basso profilo” (tanto da aver chiesto funerali privati e non di Stato. E ci mancherebbe, aggiungo io).

E’ tutto un ricordo divertito (“le simpatiche comparsate nei film di Alberto Sordi”!), folcloristico (“tifosissimo della Roma, impedì il passaggio di Falcao all’Inter”), agiografico (“attraversò la storia della politica italiana in maniera silenziosa ma sempre presente”, latitante direi).

E che dire del suo senso dell’umorismo? Le sue battute esilaranti? Le sue incredibili citazioni?

Ora: a parte il fatto che le sue citazioni erano tutte copiate da altri, ma è così esilarante dire che “il potere logora chi non ce l’ha”?

Per fortuna qualcuno, tra cui Travaglio ed altri giornalisti de Il Fatto, ci ricordano che Giulio Andreotti, tra una battuta e l’altra, fu condannato per mafia (“fino alla primavera del 1980”) ma lo salvò la prescrizione.

Qualcuno ha persino la faccia di bronzo di criticare Umberto Ambrosoli, perché durante la commemorazione al Consiglio regionale lombardo, si alza e se ne va.

Come mai tra le tante frasi celebri di Andreotti si cita di rado quella su Giorgio Ambrosoli, eroe borghese e padre di Umberto, che “se l’andava cercando”?

E poi. Capisco che si tratta di due personaggi diversi e dal peso diverso nella storia italiana. Ma il fatto che i giornali, ancora oggi, siano pieni di articoli su Andreotti e che non ci sia più una riga su Agnese Borsellino, mi fa davvero incazzare.

Caro Totò, avevi torto. La morte non è “una livella”. Non appiana un bel niente. Non ci restituisce alcuna giustizia.

Altrimenti, al cimitero, troveremmo queste due lapidi:

“Qui giace Agnese Borsellino, donna straordinaria e coraggiosa, che per tutta la vita cercò la verità”.

“Qui giace Giulio Andreotti che per tutta la vita nascose la verità”.