Gentile presidente della Camera Laura Boldrini, gentili ministre Maria Chiara Carrozza e Josefa Idem, in questi giorni il corpo di noi donne pare stia diventando popolare. Ci sono voluti oltre 100 donne ammazzate l’anno passato e un trend in ascesa anche quest’anno per convincere i media a dare risalto al femminicidio, neologismo che sta a significare omicidio di una donna in quanto donna. In molte stiamo lavorando su questo tema da anni, a partire dalle donne attive nei centri per le donne maltrattate alle migliaia di attiviste ignote che con pazienza svolgono un ruolo fondamentale in rete, luogo prezioso di innalzamento del livello di consapevolezza, frequentato dalle e dai giovani e quindi luogo di formazione ed educazione quando ben utilizzato.

È forse ridondante ricordare qui quanto il nostro Paese sia arretrato su questo tema e su quello della valorizzazione di genere in generale, il nostro 80esimo posto nella classifica del Gender gap stilato dal Wef, o le raccomandazioni inevase della rappresentante della Cedaw-Onu ne sono testimonianza. Questo è il punto di partenza ed è inutile guardare al passato. Possiamo decidere che oggi sia l’inizio di un nuovo percorso.

Mi permetto di consigliare alcune iniziative necessarie la cui richiesta arriva dalle migliaia di ragazze e di giovani uomini che incontriamo ogni anno nelle scuole. Il cambio che auspichiamo è culturale, vogliamo un Paese realmente paritario dove anche per le donne sia valido quella bellissima parte del terzo articolo della Costituzione che ci ricorda come ognuno – e immagino ognuna – debba essere messa in grado di esprimere al meglio il proprio potenziale di persona. I luoghi idonei da cui iniziare il cambiamento sono i due più importanti agenti di socializzazione attivi nell’età formativa: i media e la scuola.

Si stanno raccogliendo firme, si moltiplicano appelli ed è certo bene innalzare l’attenzione. Ricordo però con preoccupazione che l’anno scorso partì una campagna contro il femminicidio promossa tra l’altro anche da noi. Alta fu l’attenzione, anche i calciatori si attivarono, nomi noti si dissero d’accordo. Ma non successe poi molto di più. È la bellezza e il limite del web, lo constatiamo nelle scuole: firmiamo un appello, scriviamo il nostro “mi piace” sui social network e crediamo di avere fatto il nostro dovere, mentre è solo il primo, importante, ma solo il primissimo passo.

“Non esco più con le amiche al pomeriggio – mi confidava una ragazzina al termine di una lezione a scuola – Il mio ragazzo è geloso, non vuole”. Inizia da lì il bisogno di educazione prima che alla sessualità, alla relazione sia per le ragazze che per i ragazzi. È urgente spiegare, confrontarsi e mettersi in ascolto perché moltissimi parlano di giovani ma pochi si mettono in reale relazione con loro.

“L’ho uccisa perché mi ha lasciato”, è la motivazione più frequente che danno gli uomini di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali dopo aver ucciso una donna. “Il colpo di coda del patriarcato“, lo definisce qualcuna. E c’è del vero perché i femminicidi sono tanti anche nella civilissima Norvegia dove le donne sono occupate, dispongono di welfare di qualità, ma faticano a compiere l’ultimo passo verso una reale e definitiva emancipazione: prendere decisioni che potrebbero anche influire sulla vita del proprio partner. Ciò che noi donne abbiamo imparato ad accettare da secoli. Un cambio culturale che parta dalle scuole e quindi un tavolo interministeriale. Sarebbe importantissimo coinvolgere anche il ministero dell’Istruzione perché si faccia promotore di corsi di aggiornamento per gli insegnanti, che si trovano spesso a gestire una tematica per la quale non ricevono supporto formativo.

Lascio per ultimo il tema più spinoso, quello della responsabilità dei media per la rappresentazione oggettivizzata e irreale che propongono delle donne. Le tv private e pubbliche propongono giornalmente l’immagine di un modello di donna unico, passiva, spogliata, spesso muta. Non è un corpo nudo che offende, il corpo nudo può avere una capacità rivoluzionaria di comunicazione, spieghiamo nelle scuole, ma un corpo passivo e indagato in ogni dettaglio in modo umiliante e voyeuristico ci umilia tutte.

È necessario chiedere che nelle redazioni di giornali e tv si compia un passo importante verso il rispetto costituzionale dei nostri diritti che passa anche, e forse soprattutto, da come veniamo raccontate. Non di censura stiamo parlando, bensì di rispetto indispensabile per crescere, affermarsi ed esistere pienamente. Un percorso articolato dove promuovere anche nuove trasmissioni televisive divulgative che propongano modelli femminili a cui le ragazze possano ispirarsi e attraverso i quali i ragazzi comincino a conoscerci. Avviene in altri Paesi europei, chiediamo che avvenga anche qui da noi.

L’Art directors club, che riunisce le maggiori agenzie pubblicitarie italiane, ha iniziato un percorso di riflessione e cambiamento su questo tema: giornali e tv possono fare altrettanto. Da ultimo è mio compito ricordare come l’emergenza femminicidio sia stata tenuta viva attraverso la fatica e il lavoro instancabile di migliaia di giovani attiviste e attivisti che non hanno mai dimenticato di denunciare, di ricordare, di scrivere alle redazioni, di accompagnare le vittime a i processi.

A queste giovani “attiviste anonime” che hanno impedito che il femminicidio restasse fatto di cronaca perché sanno comunicare con efficacia ai loro e alle loro coetanee. Onoreremo così con gratitudine il patto intergenerazionale, base per una indispensabile coesione sociale.

il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2013