Forse è solo un riflesso campanilistico, ma mi associo a Mauro Barberis nella difesa del povero Paolo Becchi e delle cose che ha detto. Certo, dette male. Anche perché si è trovato paracadutato sul palcoscenico del politainment a svolgere compiti improbi per le sue effettive capacità, dando pratica dimostrazione della “regola sui 15 minuti di celebrità che spettano un po’ a tutti” teorizzata da Andy Warhol.

Tuttavia, cosa c’è di scandaloso nell’affermare che la frustrazione conseguente alle attese deluse in materia di cambiamento può dare la stura a forme di impazzimento individuali e/o di gruppo che imboccano la via della violenza? In passato abbiamo avuto numerose conferme in tal senso. Del resto potremmo negare che l’attuale grancassa mediatica sia concentrata proprio nel tentativo di presentare in forme entusiastiche l’assetto altamente spartitorio e puramente difensivo della corporazione del potere, incarnato dall’ignobile ammucchiata che chiamiamo governo Letta?

Fate attenzione alle parole, spie delle effettive manovre retrostanti. Ora il cosiddetto buzzword è “riconciliazione nazionale”: un’operazione farsesca. Anche perché non siamo nel Sudafrica di Nelson Mandela, chiamato a ricucire le lacerazioni dell’apartheid, ma davanti allo sfinimento di un ben più mediocre ventennio, altalenante tra temporanee contrapposizioni (ricordate Romano Prodi?) e permanenti collusioni con l’avversario presunto mortale (ricordate D’Alema, Violante, Amato, ecc.?); avversario reo agli occhi di un normale democratico di fare scempio di legalità e decenza. Quindi da contrastare risolutamente senza se e senza ma. Senza tregua.

Oggi, invece, hanno fatto un deserto persino della promessa di un ritorno alla civile convivenza e l’hanno chiamato riconciliazione. Evidenziando come nella corporazione politica viga il principio del “cane non mangia cane”. Quanto reggeranno nella mistificazione è difficile da stabilire. Fa testo il nostro passato, dove di queste “riconciliazioni” ne abbiamo avuti altri esempi, sempre dalla parte della tutela degli equilibri vigenti. E sono durate anni.

Cominciò il Togliatti guardasigilli con l’amnistia ai fascisti e la costituzionalizzazione dei Patti Lateranensi. Non a caso, anche dopo la cacciata dal governo dei comunisti, la consociazione di potere continuò nelle commissioni parlamentari, all’insegna del bipartitismo imperfetto. Lo stesso centrosinistra, dopo i primi movimenti iniziali che prefiguravano una stagione di riforme radicali, si consolidò come riconciliazione tra la Dc e la Sinistra Politica non comunista, a scapito della Sinistra Sociale e del Pci. All’insegna degli affarismi che esploderanno con Mani Pulite.

La Seconda Repubblica nasce da un’altra riconciliazione in chiave restaurativa: lo sdoganamento da parte di Silvio Berlusconi dei post/neofascisti. Quindi, a conferma della tesi “riconciliazione uguale blindatura del Palazzo”, perché il Pd decide di mettersi con il Pdl e non con i Cinque stelle che (maldestraggini della cabina di regia a parte) nel frattempo hanno lanciato la candidatura di Stefano Rodotà? Semplice: per garantire alle proprie nomenklature la prosecuzione del regime spartitorio che assicura onori e prebende ai politici imprenditori di se stessi.

Difatti – alla luce degli accadimenti – risulta chiaro che le affinità tra berluscones e piddini sono elevatissime. E in costante crescita. A partire dalla condivisione dell’immortale sentenza di quel formidabile sociologo chiamato Silvio Berlusconi, secondo la quale il corpo elettorale è rappresentato da bambini di undici anni e per di più un po’ scemi. L’elemento innovativo aggiunto dai variegati vertici Pd è che tale sentenza varrebbe anche per il proprio corpo sociale, la propria base. Però c’è motivo di credere che questa forzatura concettuale potrebbe anche non pagare.