Era di maggio nel 1980. Trentatré anni fa. Fu allora che il Centro siciliano di documentazione sulla mafia venne intitolato a “Giuseppe Impastato”. Pezzi di storia gloriosa e qualche volta misconosciuta. Tutto era iniziato nel 1977, quando due giovani contestatori, Umberto Santino e Anna Puglisi, marito e moglie dal ‘72, scelsero di pensare un po’ meno all’imperialismo e più alla forza crescente della mafia e fondarono il centro. Sembrava una iniziativa retrò, provinciale, in un’Italia che viveva il canto del cigno della rivoluzione giovanile, tra agguati all’alba, indiani metropolitani e p38 agitate e usate per le strade. Passò un anno e un giovane di Cinisi, Peppino appunto, venne fatto a brandelli dalla mafia di Tano Badalamenti nel modo che sappiamo. Vite parallele, poiché anche Peppino testimoniava lo slancio rivoluzionario attraverso un sessantotto tutto suo: altrove Vietnam e centralità operaia, lui Cosa nostra e l’eroina. Si era presentato alle elezioni comunali di quell’anno nelle liste di Democrazia proletaria. E, da morto, venne eletto. Questo lo sanno tutti. Quel che però non si sa è che l’ultimo comizio, l’11 di maggio del ‘78, venne tenuto al suo posto proprio da Umberto Santino, chiamato dai compagni di Peppino a reagire alla violenza mafiosa. Due anni esatti dopo Umberto decise con Anna di intitolargli il Centro. “Non perché fosse mio amico , non ci frequentavamo, io avevo nove anni più di lui. Ma perché seppi che veniva da una famiglia di mafia. E questo per noi ebbe subito un valore enorme. Doveva diventare il simbolo di ciò che era possibile”. Sono trascorsi decenni. Marito e moglie, che apparivano allora così diversi a chi li avesse visti per la prima volta, si sono andati assomigliando sempre di più. L’antimafia li ha modellati, li ha come fusi, mentalmente, fisicamente, nella realizzazione del loro generoso progetto. Decenni trascorsi a raccogliere materiale, a cercare testimonianze, a catalogare, a organizzare convegni. A scrivere, anche; perché in particolare Umberto ha scritto decine di libri, alcuni di valore assoluto. “A quale tengo di più? Alla Storia del movimento antimafia, questa grande storia di liberazione, iniziata con i Fasci siciliani e che non si è ancora conclusa”.

Loro due e, con loro, un pugno di volontari. Con la sede ricavata eroicamente nella propria abitazione divisa a metà: di qui casa Santino-Puglisi, di lì il Centro Impastato. Chi faceva tesi di laurea sulla mafia veniva mandato qui da tutta Italia, nella certezza che avrebbe trovato consigli e bibliografie di eccellenza. Oltre a qualche ironia al vetriolo sul proprio relatore, perché Umberto è scorbutico, polemico, anche se capace di dolcezze imprevedibili. Ma uno dei veri, grandi meriti storici del Centro è stata una battaglia da molti e a lungo considerata marginale: quella, infinita, per dare giustizia a Peppino Impastato. E a Felicia, la mamma ribelle, e a Giovanni, il fratello minore. “Abbiamo fatto dossier, ricostruzioni, abbiamo ottenuto che Chinnici prima e Caponnetto poi dichiarassero quella morte orribile un omicidio di mafia, anche se non se ne poteva identificare l’autore; abbiamo fatto riaprire l’inchiesta quando poi si seppe che Salvatore Palazzolo, membro di una famiglia vicina a Badalamenti, si era pentito. Finché la giustizia della Repubblica ha indicato nel boss di Cinisi, che era poi uno dei più grandi capimafia in assoluto, il mandante dell’assassinio”. E non basta. Perché Umberto e Anna si sono pure battuti per fare istituire dalla Commissione parlamentare antimafia uno speciale comitato, presieduto da Vincenzo Russo Spena, per ricostruire il depistaggio delle indagini sull’assassinio. “E anche lì abbiamo vinto. Visto che il depistaggio era prescritto, volevamo che almeno la storia non dimenticasse. E alla fine la tesi delle deviazioni compiute da uomini della magistratura e dei carabinieri, è stata messa nero su bianco da una larga maggioranza”.

L’Italia avrebbe capito l’importanza di quella ventennale battaglia solo nel 2000, quando a Venezia un film destinato a fare epoca e cultura, “I cento passi”, avrebbe raccontato a una platea di spettatori commossi fino alle lacrime la storia del giovane di Cinisi salutato ai funerali da una selva di bandiere rosse. Umberto e Anna ora hanno un altro, più ambizioso progetto. È la loro eredità per Palermo. “Sogno un Memoriale della lotta alla mafia. Uno spazio grandissimo, dove si possa coltivare la memoria, vedere film, studiare. Un museo internazionale perché Palermo è stata capitale di mafia ma anche di antimafia. Gli regaleremmo i 7500 volumi del Centro, e anche i miei 2000 libri di storia e scienze sociali. Ho 74 anni, e questo Memoriale vorrei vederlo nascere e crescere insieme con Anna. Palermo se lo merita. Sto rivolgendo appelli al Comune e a tutte le istituzioni. Ma perché, non sarebbe giusto farlo?”. L’intellettuale polemico, aspro, torna dolce sotto gli occhialini. Lui che non ha mai avuto finanziamenti pubblici (“tranne una volta per una ricerca europea sulla droga, scriva di darci il 5 per mille”) sogna quel che da solo non potrà mai fare. Lo guardi e provi ammirazione. Dietro, c’è una storia dedicata alla più grande e rischiosa causa della sua Sicilia. Da quel comizio dell’11 maggio del 1978, in cui arringava chi lo guardava da sotto le finestre chiuse, fino ai dibattiti di questi giorni. Giorni di anniversari. Pio La Torre, Portella delle Ginestre. E Cinisi, naturalmente.

Il Fatto Quotidiano, 5 maggio 2013