“Non mi farò sentire per una settimana”, ha detto al suo giornale Domenico Quirico – ma speriamo che dia, o arrivino, sue notizie presto. Una frase che viene da un tempo passato, quando gli inviati andavano nei luoghi ed erano gli unici a raccontarli: la tv non era l’infaticabile masticatore di notizie, Internet non esisteva, la radio era un peso etereo. I reporter partivano, arrivavano sui luoghi – e l’aspetto logistico-organizzativo era essenziale – avevano il tempo di conoscerli, così come le persone, e poi mandavano le loro corrispondenze.

Poi i tempi si sono fatti più veloci, per via delle comunicazioni e delle trasmissioni delle immagini. Dalla Guerra del Golfo l’accelerazione delle notizie è cresciuta esponenzialmente, cancellando il ritmo “lento” (riflessivo) di chi doveva essere testimone di un’altra parte del mondo. La velocità ha avvicinato il mondo, tutto, ma lo ha anche banalizzato, mischiando la rilevanza e l’impatto delle notizie, confondendo il tempo, l’immediatezza, con lo spazio, la profondità. E Internet ha completato il processo: Quirico è in Siria per raccontare la guerra civile… ma arriva il tweet del neo-deputato Pinco Pallino e la Siria viene cancellata dalla memoria in continuo reset del video-audio-ascoltator-lettore.