Il neo-ministro dell’Istruzione Carrozza, già rettore della Scuola Superiore Sant’Anna dal 2007 e ora deputato del Pd, in una recente intervista all’Huffington Post ha proposto una prospettiva di intervento sulla scuola che, nelle intenzioni, dovrebbe segnare un’inversione di tendenza rispetto alle politiche dei suoi predecessori Gelmini e Profumo, perché – se confermata dall’azione concreta – scalzerebbe il primato dell’economia, riportando al centro il diritto allo studio e al lavoro, con una visione diversa del merito e della valutazione.

Tra i problemi individuati come prioritari, la dispersione scolastica, che ha ricadute disastrose sul percorso di vita dei singoli e sull’intera comunità nazionale ed è variabile dipendente dalle condizioni socio-culturali: “Nel rapporto Ocse-Education at Glance 2012 la principale indicazione evidenziata è quella che riguarda la correlazione tra condizione sociale della famiglia e successo scolastico: più povera è la famiglia, minori sono le probabilità di successo formativo.(…). Il Rapporto Istat ‘La scuola e le attività educative’ dello scorso anno sottolinea come “i risultati scolastici siano correlati all’estrazione sociale della famiglia di origine: quelli meno soddisfacenti si riscontrano più di frequente nelle famiglie in cui la persona di riferimento è operaio (il 41,3% ha conseguito il giudizio “sufficiente”) lavoratore in proprio o in cerca di occupazione (37% in entrambi i casi)”.

L’idea di fondo è reinvestire sulla scuola, arrivando al 6% del Pil, il livello medio dei Paesi Ocse” in modo da coprire il 33% dei posti all’asilo nido, garantire a tutti un posto nella scuola dell’infanzia, ripristinare il tempo pieno e il modulo a 30 ore con le compresenze nella primaria, allungare il tempo scuola nelle medie, affidandolo a una generazione di insegnanti specializzati nel rapporto con adolescenti e preadolescenti. Per le superiori nell’intervista si rilancia il biennio iniziale unitario, scelta che richiederebbe la sostituzione dell’attuale obbligo di istruzione con un autentico obbligo scolastico e metterebbe fine allo scempio attuale, che mette i giovani nelle condizioni di frequentare indifferentemente la quinta ginnasio o l’apprendistato al lavoro.

Anche sul problema del precariato e delle forme di reclutamento, tra cui il concorso in atto, fiore all’occhiello di Profumo, Carrozza ha usato parole impegnative. Nell’intervista sostiene che occorre intervenire sulle modalità di formazione iniziale e reclutamento, poiché dagli anni ’80 in poi sono state approvate continue riforme, che non hanno fatto altro che stratificare diritti, troppo spesso lesi, e sistemi ingarbugliati di punteggi che hanno alimentato lo sfruttamento e la precarizzazione degli insegnanti. Dobbiamo prevedere un piano pluriennale di esaurimento delle graduatorie per eliminare la precarietà dalla scuola (…). Ha poi aggiunto che bisogna garantire un organico funzionale, cioè una dotazione di personale, stabile per almeno un triennio, attraverso un nuovo piano pluriennale di esaurimento delle graduatorie per stabilizzare i precari. Un approccio alla questione che davvero non può tradursi nell’ennesima delusione per le decine e decine di migliaia di lavoratori precari della scuola.

Analogamente, la visione della valutazione delle scuole va nella direzione non della definizione di graduatorie di merito a cui assegnare premi, ma verso l’acquisizione di dati utili per correggere e migliorare il sistema nella sua totalità e le sue singole articolazioni. “Non serve un sistema scolastico che aumenti la competizione tra scuole.” Va piuttosto costruito un “sistema nazionale di valutazione e di ricerca educativa che serva davvero come strumento con cui confrontarsi“. Carrozza si era pronunciata su questo tema a giugno 2012 anche su L’Unità, insistendo sulla necessità di non svincolare il merito dell’eguaglianza: “Eguaglianza, si intende, non come primato al ribasso della mediocrità, ma come generalizzazione delle condizioni di accesso all’eccellenza: non una gara fra iperdotati ma la scoperta e valorizzazione dei più dotati attraverso un processo di mobilità sociale che nella scuola e nell’università deve avere il suo principale centro propulsivo. (…) Massima attenzione, dunque, allo stimolo per i migliori: ma dando a tutti, appunto, la condizione per partecipare alla gara, di proporsi come i migliori, o comunque di migliorare”.

I principi sono convincenti; si potrà verificare la convinzione con cui sono stati enunciati in occasione delle imminenti prove Invalsi e, in generale, rispetto al dilagare dei quiz come strumenti di accertamento. Anvur, e bozza di Dpr sul sistema nazionale di valutazione costituiranno le prime prove dei fatti per un ministro a cui auguriamo buon lavoro nell’interesse della scuola, ma che immaginiamo purtroppo fare i conti fin dal primo giorno non solo con la genesi di questo governo, che di per sé giustifica un legittimo pessimismo, ma anche con i precedenti del suo partito, che negli ultimi tempi si è distinto – proprio sui temi oggetto di questo articolo – soprattutto per l’espressione di idee molto lontane da una visione inclusiva, asfittiche, subalterne a una visione neoliberista e contabile della scuola come servizio a richiesta individuale.

A cominciare da una questione di principio e di diritti, di assoluta urgenza e attualità – la questione del referendum di Bologna – sulla quale sarebbe importante che il nuovo ministro aprisse una fase d’ascolto e tenesse conto del risultato che si sta configurando in quella città: la priorità degli interventi economici deve essere destinata alla scuola pubblica