Wael al-Halqi, primo Ministro siriano, è scampato questa mattina a un attentato -ancora non rivendicato- che lo aveva come bersaglio. L’attentato è avvenuto nel quartiere del Mezzeh, sede di numerose ambasciate, nonché di una sezione dei servizi segreti che si occupa di detenuti politici. Fino a questo momento, l’attentato contro il primo ministro non è stato rivendicato.

Dalle prime informazioni diffuse dalla televisione di Stato, almeno una delle guardie del corpo di Halqi sarebbe morta. Stando a quanto riporta l’agenzia di stampa governativa, Sana, al-Halqi, nel corso di una riunione della commissione Affari Economici nella Capitale, avrebbe affermato che “l’attentato di oggi dimostra il fallimento e la disperazione dei gruppi terroristici e delle forze che li sostengono.Questi attentati terroristici non fanno altro che aumentare il nostro impegno per garantire la sicurezza e la stabilita’ del Paese”. 

Non è la prima volta che avvengono attentati a Damasco, ricordo quello avvenuto nel luglio scorso nel quale rimasero uccise personalità come Assef Shawkat, cognato di Bashar Al Assad. 

I veri cardini del potere, politico e economico, sono personalità al di fuori del governo e che rimangono ancora nell’ombra a gestire il potere accumulato in quarant’anni di dittatura. Al Halqi, come lo stesso partito Ba’th, non svolgono nessuna reale funzione di gestione del potere che, invece, è ancora ben saldo tra le mani di un gruppo di individui e di qualche clan famigliare che, insieme agli al Assad, ha gestito il paese per quasi mezzo secolo.

La vera preoccupazione che in questi giorni infiamma i corridoi del potere di Damasco, è la possibilità di un intervento militare esterno che usi il “pretesto” della presenza delle armi chimiche in possesso del regime siriano. Dal canto suo, la Russia ha avvertito che la richiesta di verifica sulla presenza di armi chimiche in Siria, invocata da Ban ki moon, richiama all’esperienza disastrosa irachena.

E’ difficile pensare che possa esserci un intervento militare esterno in Siria, sono passati due anni e 70 000 morti. Il dilemma della comunità internazionale, che ancora non ha trovato una posizione univoca nei confronti della vicenda siriana, è la paura di passare da uno stato “laico” a uno islamico. Questo interrogativo diventa sempre più pressante per i paesi esteri che rimangono a guardare il macello quotidiano. Sembrano non capire che è proprio il loro immobilismo a dare forza all’estremismo in Siria che trova terreno fertile in un paese completamente abbandonato, dove il regime ha puntato, fin dal primo giorno, a scatenare lo scontro settario.

Di fronte a questo scenario, l’unica certezza che l’Occidente, spettatore da due anni, deve avere è la tragedia umana alla quale il popolo siriano è condotto. Con questa evidenza deve pensare a come agire, diventando consapevole di trovarsi di fronte a due tipi di fondamentalismi in Siria: il fondamentalismo che uccide in nome di Dio e quello che uccide in nome di Assad.

In mezzo a questi due radicalismi si trova il popolo siriano: colpevole di aver chiesto libertà e massacrato dal macellaio di Damasco.