Ci vuole metodo: “Quando siamo partiti, forse per l’entusiasmo forse per la frenesia, ci capitava di chiamare lo stesso giornalista sei o sette volte al giorno, e s’incazzava a buona ragione. Ho creato una struttura che si occupa di stilare una classifica con le presenze settimanali e le preferenze orarie”, dice Mario Giordano, direttore di Tgcom24. Ci vuole pazienza: “Quando non ci sono le notizie, le parole sembrano vuote e nemmeno ci fai caso al volto.
Ormai le opinioni si moltiplicano e la televisione le ricicla. L’ultima settimana sul Quirinale è stata noiosa. Il miglior titolo è ‘dialogo tra sordi’”, riflette Bruno Vespa, da 17 anni conduce Porta a Porta. Ogni settimana la televisione impegna quasi 500 commentatori, fra politici, giornalisti, economisti, sondaggisti, e anche trapezisti, alchimisti e feticisti: si consumano cento puntate soltanto da Rai1 sino a La7, più le decine di spezzoni e finestroni nei canali d’informazione, Tgcom24, SkyTg24 e Rainews.
Breve rosario: 14 puntate su 7 giorni di Omnibus, 5 di Agorà, Coffee Break e l’Aria che tira. Ci sono programmi che non smettono mai di andare in onda e, senza che nessuno possa contestare lesa maestà, sostituiscono i politicicon i giornalisti che, a soggetto e sprovvisti di copione, riescono a recitare una parte. O semplicemente, ci credono. Alessandro Sallusti, Filippo Facci e Salvatore Tramontano hanno rinunciato al mondo pur di resistere davanti al brodone comunista. Marco Damilano de l’Espresso, che conosce pure le idiosincrasie culinarie del Pd, era un tormento per chi girava spesso con il telecomando: a Omnibus non mancava mai, d’estate con la camicia arrotolata, d’inverno con la giacca di panno. S’è fatto un mezzo varietà con Zoro, Gazebo su Rai3, e funziona.

Anche il nostro Andrea Scanzi, che scrisse un libro su Beppe Grillo in tempi non sospetti, è lo strumento che Lilli Gruber utilizza a Otto e Mezzo per raccontare il Movimento Cinque Stelle. Mario Sechi scelse una tattica più raffinata e scaltra: da direttore del Tempo veniva invitato per proteggere il governo Berlusconi, ma stupiva illustrando qualche dubbio. Così s’è guadagnato una candidatura con Scelta Civica di Mario Monti: non è stato eletto. Sentitamente commosso, il sistema mediatico ringrazia. Per svelare i retroscena sul Quirinale senza mai giungere a una scena, il circuito ha insistito tanto con i direttori non in cattedra: Antonio Polito, Stefano Folli, Marcello Sorgi, Paolo Mieli. Non abbia paura, chi non osserva (guardare è troppo) la televisione con attenzione: i deputati e i senatori esistono ancora, nonostante le desistenze dei Cinque Stelle.

Il Pdl schiera Nunzia De Girolamo che, negli ultimi quattro giorni, si è superata in cinque dibattiti. Il Pd insiste con Alessandra Moretti, che sino a novembre riportava la voce di Bersani durante le primarie. Il governo, seppur solitario, triste e finale, non ha perso la buona abitudine di far divertire il pubblico con l’eccentrico (sottosegretario) Gianfranco Polillo. Ballarò fa selezione per le liste elettorali, purtroppo le esperienze di Renata Polverini (governatrice) e Irene Tinagli (Scelta Civica) non sono medaglie al merito. La Tinagli s’è fatta notare nel salottino di Giovanni Floris, la sua credibilità – senza sciorinare le sue competenze di economista – l’ha creata la televisione e la televisione l’ha distrutta con una memorabile lezione di Francesco Boccia su rendite e patrimoni.

Ma le redazioni dei quotidiani migrano in massa verso le televisioni, a scapito di riunioni di timone (trionfa sul palinsesto tra i termini tecnici) e sofferte chiusure prima del visto si stampi. Alla telecamera non si comanda.

Il Fatto Quotidiano, 18 Aprile 2013