“Una donna moderna, sexy, pragmatica nel senso britannico del termine, l’ultimo primo ministro che ha incarnato i valori del vecchio impero” che ha portato in “in uno dei periodi più bui la rivoluzione sociale“. L’economista Loretta Napoleoni, esperta di sistemi finanziari che ha vissuto per anni a Londra, ricorda una figura d’altri tempi ma estremamente moderna “rivoluzionaria più di Angela Merkel”. Che grazie al raggiunto potere ha potuto operare un “profondo cambiamento  della società inglese”. Osteggiata dai laburisti Margaret Thatcher ha scardinato un sistema e ha permesso che in società divisa tra operai e nobili si inserissse l’idea “che con il lavoro duro si poteva guadagnare” e in qualche modo progredire, cambiare, migliorare. Prima di questa Lady di ferro, figlia di un commerciante e che per anni aveva lavorato nel negozio paterno di verdura per poi approdare a Oxford, la società era divisa in due, spezzata. “I leader conservatori studiavano a Eaton, quelli laburisti venivano dalla classe operaia e dai sindacati. La signora Thatcher aveva una estrazione più da laburista” spiega Napoleoni e forse per questo aveva intuito le esigenze della classe operaia. Che mai “avrebbe sognato” di affrancarsi. Per questo l’ultimo “grande primo ministro imperiale” era amato dal popolo e aveva un consenso ampio.

“La mobilità sociale è qualcosa che noi italiani abbiamo dagli anni ’50 – riflette l’economista – Lì in Ighilterra invece la mobilità sociale è arrivata con lei. Ha dimostrato che il successo finanziario ed economico era possibile per tutti”. Per comprendere il grado di popolarità della signora Thatcher Napoleoni ricorda come il laburista Tony Blair le avesse destinato il primo invito al 10 di Downing Street: “Si è ispirato a lei e avrebbe voluto portare avanti una rivoluzione analoga anche se non è andata così”. L’ex primo ministro conservatore, con il financial service Act del 1984, invece è il primo politico a inaugurare la stagione della “deregulation“: “Aprì la City di Londra alle banche e agli investitori esteri. Prima per accedere alla Borsa bisognava essere immatricolati, la Thatcher permise agli istituti stranieri di farlo” anche se avevano le sedi legali in altri paesi.

Per capire il carattere essenziale di questa “donna in un mondo di uomini” basta ricordare un episodio relativo all’attentato di Brighton (ottobre 1984 e cinque morti, ndr). Uscì illesa dall’attaco degli estremisti repubblicani irlandesi dell’Ira contro la sede del Grand Hotel mentre era in corso un congresso del partito e poco dopo “chiese alla catena ‘Marks&Spencer’, dove lei comprava i suoi vestiti, di aprire perché le persone potessero comprare quello di cui avevano bisogno”.

Nel carnet di questa “figura unica” ci sono anche i tanti errori: “La politica che ha perseguito ha funzionato nel brevissimo periodo. Privatizzare i beni dello Stato ha permesso di diminuire il debito pubblico, ma allo stesso tempo ha comportato lo smantellamento di cantieri navali e miniere di carbone. Dalla decandenza industriale l’Inghilterra è passata a essere un paese di servizi” in cui però è fiorito un “sottoproletariato che vive alle spalle dello Stato, se si pensa alle donne che per esempio fanno figli per il sussidio”. La “mancanza di una politica di lungo periodo” è stato il fallimento più grande. Nel 1992 il premier in tailleur è stato “cacciato in malo modo”, la recessione mordeva, i tassi dei mutui erano saliti alle stelle e il partito l’aveva sostituita con John Major “senza elezioni” che era andato a Maastricht ottendendo la clausola di non adesione.

Nella politica estera la questione Falkland/Malvinas rappresenta invece un successo ottenuto nel tempo, a distanza di 30 anni e con la scoperta del petrolio ancora più importante: “Quella guerra, che è costata tanto se si pensa che si è dovuto garantire la sicurezza delle isole per anni, rilanciò lo spirito nazionalistico britannico. L’attaccamento all’impero, alla storia imperiale era un sentimento molto presente. Per lei fu una strategia o va là o la spacca” e andò.

Ma una ricetta Thatcher potrebbe essere applicata all’Italia?: “Sì, ma solo nel senso di cambiare tutto. Noi abbiamo bisogno di un cambiamento radicale, rovesciare l’equazione che esiste tra ricchi e poveri, ritornare a una politica di uguaglianza per favorire chi ha meno rispetto a chi ha di più, modificare la politica di tassazione. La sperequazione tra i redditi è immorale non solo dal punto di vista economico. Chi non compra non ha i soldi per farlo”. Per uscire dalla crisi bisogna trovare una “strategia che preveda non la privatizzazione, ma la ripresa della sovranità monetaria come ha fatto il Giappone che stampa carta moneta per ricomprarsi il debito”. Chissà però se l’ultimo primo ministero dell’impero britannico approverebbe.