Romeo Dionisi e Anna Maria Sopranzi, i due coniugi anziani impiccatisi perché non ce la facevano a tirare avanti, si “vergognavano” delle loro difficoltà economiche e hanno chiesto perdono per il suicidio. Il fratello di lei, Vincenzo, non ha retto e si è buttato in mare. Non è un cantare dell’Ottocento, è l’Italia del 2013.

Romeo, Anna Maria, Vincenzo non hanno da invocare perdono, in altri tempi si sarebbe detto che la loro morte “grida vendetta”. A vergognarsi dev’essere la classe politica, così autoreferenziale da non vedere e men che mai nominare nei suoi gargarismi televisivi e narcisistici tweet la disperazione che sta crescendo in Italia. La nuvola nera che avvolge anziani lasciati a se stessi, giovani precari, famiglie allo stremo, disoccupati in crescita, imprenditori senza futuro, generazioni allo sbando. Bisogna andare a San Pietro per sentire parole come “poveri” ed “emarginati”, la loro sorte non appare mai sulla bocca di cosiddetti saggi, rottamatori o sedicenti leader.

I morti parlano, diceva Arthur Schnitzler, chiedono conto ai vivi. E la domanda oggi è che ci sia uno Stato che torni a funzionare, si occupi del bene comune e non sia saccheggiato dalle cricche. E che vi sia un governo per tirare il Paese fuori dall’abisso in cui è precipitato.

L’Italia della disperazione sputa sul politichese, ha sete di fatti. Vuole che simili tragedie (in questi anni ce ne sono state tante, dimenticate) non avvengano più. L’Italia va governata. Non mettendosi in carovana con gli impresentabili. Ma facendo leva sulle tante e i tanti “Boldrini” già presenti in Parlamento. Grillo se lo ricordi. L’Italia non è una playstation. Non c’è un bingo da fare domani. Oggi bisogna agire perché Romeo, Anna Maria, Vincenzo non siano seguiti nella rovina da altri disperati.

Il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2013