Si è parlato molto in questi giorni del Procuratore della Corte dei Conti del Trentino Alto Adige, Robert Schulmers e della sua attività di indagine che l’ha portato a scontrarsi con i poteri forti, in primo luogo il governatore dell’Alto Adige, ed ultimamente persino il Presidente della Repubblica.

Devo dire che, da ciò che leggo, ammiro Schulmers per un motivo, essenzialmente: che svolge in modo molto solerte il proprio lavoro.

La Corte dei Conti ha, in teoria, un grande potere, visto che, tra l’altro, può indagare sugli sprechi della Pubblica Amministrazione. Così recita l’art. 103 della nostra Costituzione: “La Corte dei Conti ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge.”

Del resto, se andiamo al sito ufficiale della Corte dei Conti leggiamo la seguente affermazione introduttiva: “La Corte dei Conti. Uno strumento di difesa insostituibile per i cittadini.”

Tutto bene. Peccato che in un paese come il nostro dove bisogna avere gli occhi foderati di prosciutto per non vedere gli sprechi della Pubblica Amministrazione, non sembri che l’attività della Corte dei Conti sia così incisiva come potrebbe in realtà essere.

Vi faccio un esempio per tutti, anche perché in qualche modo vissuto in prima persona.

E’ cosa nota che in Italia ai nostri governanti, ai diversi livelli (Stato e Regioni) la democrazia diretta fa venire l’orticaria. E allora, almeno per cercare di limitare gli effetti della malattia, quando si tratta di fissare una data per l’esercizio del diritto referendario, i nostri politici se le studiano tutte affinché non si raggiunga il quorum. Un escamotage puerile e molto utilizzato, anzi direi “abusato”, è quello di indire la consultazione referendaria senza accorparla con quella di altre elezioni. L’ultima volta che ciò è capitato a livello nazionale è stato nell’anno 2011, quando eravamo chiamati a votare circa i referendum su nucleare e acqua pubblica, due consultazioni che, diciamolo, davano molto fastidio alla casta e ai suoi affari.

Bene, forse ricorderete, e se non lo ricordate ve lo ricordo io adesso, che il 15 ed il 16 maggio 2011 era prevista già una tornata elettorale riguardante elezioni comunali e provinciali, con circa 13 milioni di italiani chiamati alle urne. Logica avrebbe voluto che, per risparmiare pubblico denaro, la tornata referendaria coincidesse con quella elettorale (si tratta del cosiddetto “election day”). E invece no, il Consiglio dei Ministri (ministro dell’Interno era quel Maroni attualmente successore del Celeste alla guida della Lombardia), senza alcuna motivazione, indisse invece la tornata referendaria per i giorni 12 e 13 giugno 2011, date, tra l’altro, da definirsi “balneari”.

Anzi, il ministro Maroni ebbe l’ardire di affermare pubblicamente: «Il referendum invece si svolgerà il 12 giugno secondo una tradizione italiana che ha sempre distinto le due date». Peccato che questa “tradizione italiana” sia costata all’erario, nella fattispecie, circa 300 milioni di euro.

Bene, data questa premessa, io allora feci un esposto alla Corte dei Conti di Roma denunciando l’evidente spreco di pubblico denaro, con responsabilità in proprio di quegli amministratori che tale spreco avevano causato. A due anni di distanza di questo esposto non so nulla, salvo il fatto che giace presso la Procura della stessa Corte. Io vorrei sbagliarmi, ma sarei pronto a scommettere che non sarà avviato nessun procedimento nei confronti degli allora nostri amministratori. Spero di sbagliarmi, ma ho tanto la sensazione che la tradizione italiana avrà la meglio sullo sperpero di pubblico denaro.