Tra “le parole dell’Italia giusta” che stanno facendo il giro del paese insieme al Pd in questa campagna elettorale, stampate come carta cielo da presepe alle spalle di Pierluigi Bersani durante i sui discorsi, ne mancano due, un sostantivo e un aggettivo che insieme pesano 27.000.000 di cittadini: “acqua pubblica”.

Dopo qualche imbarazzato tentativo di dialogo, il rapporto tra il Pd e il popolo referendario non è mai stato di convergenza: a dir poco timido durante la campagna per il sì all’acqua pubblica e senza profitti, subito dopo il “plebiscito blu”, Pierluigi Bersani aveva però prontamente esaltato in conferenza stampa lʼeccezionale risultato in termini di partecipazione popolare e assunto come responsabilità un nuovo piano nazionale di gestione del ciclo dellʼacqua, salvo poi palesare che la sua idea di “nuovo piano” era contenuta in una proposta di legge che, in sostanza, ben lungi dallo sbarrare la strada alle privatizzazioni, poco aveva di innovativo, limitandosi a riproporre un contesto analogo a quello vigente prima del decreto Ronchi.

Presentata il 16 novembre 2010, la proposta di legge non aveva visto – se non i maniera sbrigativa, superficiale e rigorosamente post stesura – il confronto con cittadini e comitati: elogio della partecipazione. Quanto al modello di gestione, si prevedeva non il ritorno ad enti pubblici ma esclusivamente la forma della S.p.A., tra lʼaltro, a partecipazione mista pubblica-privata, a totale capitale pubblico o anche interamente privato: il cavallo di troia che aveva spianato la strada all’ingresso dei privati nella gestione dei servizi essenziali. La remunerazione del capitale investito cambiava semplicemente nome e diventava “remunerazione dellʼattività industriale”. Apoteosi del contraddire sé stessi, all’art. 2 si leggeva prima che “lʼacqua è un bene comune dellʼumanità” e poi, appena 7 righe più in basso, che “lʼacqua è un bene di rilevanza economica”.

Sintetizzate le posizioni fin qui tenute dal Pd rispetto alle forme di gestione del servizio idrico integrato, a colpire non è tanto il fatto che, in poco più di un anno e mezzo, siano scomparsi dall’agenda politica i temi dei referendum – che comunque poco vi erano entrati anche prima – quanto il notare che scomparsa è anche lʼattenzione alla grande partecipazione popolare che questi avevano stimolato. A pochi giorni dalle elezioni, nessuno ha messo in campo la più scontata delle operazioni mediatiche: ritirare in ballo il voto del giugno 2011 ammiccando a 27.000.000 di cittadini; lʼacqua pubblica non si è vista riconoscere nemmeno il grado di promessa da campagna elettorale. Sarà che le promesse, al di là dellʼessere o meno mantenute, creano comunque dibattito, informazione e, quindi, fanno ricordare. Si vuole invece smarrita lʼonda dʼurto di 27.000.000 di sì ai quali si deve lʼaffermazione di una realtà non più confutabile: non si può collocare la democrazia da un lato e la sovranità popolare dall’altro; la sovranità popolare è la democrazia.

Vi è poi un’altra e più complessa motivazione su cui occorre ragionare.

Giovanni Gorno Temprini, amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, afferma in una intervista pubblicata su Affari e Finanza del 21 gennaio 2013, che il Fondo strategico italiano «potrebbe sostenere lo sviluppo del settore idrico». Nato con la legge n. 75/2011, al cui art. 7 si prevede che Cassa depositi e prestiti S.p.A. «può (…) assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale (…) anche attraverso veicoli societari o fondi di investimento partecipati da (…) società private», il Fondo strategico italiano, sulla base del d.m. 8 maggio 2011, ha tra le principali possibilità di investimento imprese che operino nel settore dei pubblici servizi. Detto fatto: entrando nel capitale sociale di Hera S.p.A., multiutility dellʼEmilia Romagna, il Fsi ne permette la fusione con Aps-Acegas operante in Veneto e Friuli. Con questa operazione Cassa depositi e prestiti, partecipata al 30% da fondazioni bancarie e detentrice del 90% del Fsi, ha investito nella fusione 100 milioni di euro, acquisendo il 6% del capitale sociale della nuova società. La fusione ha avuto comunque bisogno dellʼapprovazione dei consigli comunali interessati: particolare il caso di Bologna dove il Partito democratico ha dovuto chiedere il sostegno dellʼopposizione di centro destra con il voto decisivo di Stefano Aldrovandi, ex amministratore delegato di Hera S.p.A. al quale si deve la quotazione in borsa della società. Tra gli amministratori delegati di Cdp cʼè tutt’ora il ministro dellʼeconomia e delle finanze, Vittorio Grilli, di cui note sono le vicende relative alle intercettazioni delle conversazioni con il banchiere Massimo Ponzellini affinché questʼultimo intercedesse presso Bersani per ottenerne la non ostilità nella campagna per la presidenza della Banca dʼItalia, mentre tra le fondazioni bancarie che possiedono azioni privilegiate pari al 30% del capitale sociale di Cdp ritroviamo Fondazione Monte Paschi con il 2,57%: una garanzia per una gestione dei servizi pubblici efficiente e trasparente.

Ricapitolando: Cassa depositi e prestiti, prima ente pubblico, diviene Società per azioni il 12 dicembre 2003, in applicazione del d.l. 30 settembre 2003, n. 269; avvenuta la trasformazione, sarà in seguito possibile farvi entrare privati e fondazioni bancarie. Infine, essendo gestiti in S.p.A. anche i servizi pubblici, il Fondo strategico italiano e, quindi, Cassa depositi e prestiti, che ne detiene il 90%, e con questa le fondazioni bancarie che a loro volta detengono il 30% di Cdp, possono investire nel settore del servizio idrico integrato, come accaduto con Hera e Aps-Acegas. Come se non bastasse, poiché in Cdp confluisce il deposito postale di 20.000.000 di cittadini, questi ultimi si troveranno involontariamente complici di operazioni del genere, cioè di quella stessa privatizzazione alla quale il referendum si era opposto; a completare il quadro la fitta rete di legami tra politica, banche e consigli di amministrazione delle S.p.A. che gestiscono i servizi pubblici essenziali.

E allora, tra politica e finanza non è tanto importante capire quale delle due ha invaso l’altra, trattasi più che altro di rapporto scambievole; se però le banche investono nel capitale delle società idriche e instaurano legami con la politica è ovvio che l’applicazione dei referendum sull’acqua non possa essere oggetto nemmeno di promesse elettorali. Il dato ulteriormente confermato dal silenzio sui referendum, allora, è che mai come in questa campagna elettorale la finanza, dopo aver deciso la direzione del paese nel postberlusconismo, si impone prepotentemente anche rispetto ai temi che possono o meno essere oggetto di dibattito.

comitati acqua pubblicaPer rompere questo silenzio, il forum italiano dei movimenti per l’acqua ha aspettato il segretario del Pd all’uscita della Casa dell’architettura, tappa romana del suo tour elettorale: il tempo di scherzare sullo striscione con la scritta «Pierluigi, non siamo mica qui a fermar l’acqua con le mani», un breve scambio di battute, il segretario chiede informazioni riguardo al nuovo metodo tariffario stabilito dall’Autorità garante per l’energia elettrica e il gas e via, ogni incontro rimandato a dopo le elezioni.