Ricordo il 13 giugno 2011, la t-shirt con la scritta “io c’ero” la portavamo tutti, festeggiavamo; in piazza, dietro al palco da cui si susseguivano gli interventi di chi la battaglia per l’acqua pubblica l’aveva combattuta, passavano sugli schermi le immagini mute dei faccioni di partito, la stampa chiedeva loro di esprimersi riguardo al risultato referendario ma nessuno aveva bene in mente di che cosa parlassero quei 27.000.000 di sì; ignoravano quanto a noi, poche volte come in quel momento, apparisse tangibile il distacco tra democrazia “di rappresentanza” e sovranità popolare.

Ignoravano ma temevano e mendicavano simpatie, perché nessuno dichiarò apertamente di non essere d’accordo con quei 27.000.000 di sì. Il giorno dopo, con soddisfazione, li ascoltavamo uno ad uno mentre minimizzavano le contrarietà, le timidezze e i dubbi tanto forti durante la campagna referendaria, quando con due spiccioli i cittadini portavano avanti un’azione di sensibilizzazione contro interessi economici da milioni di euro, quando le casse affannate dei comitati, insieme alla necessità di attenzione mediatica avrebbero potuto costituire un buon “investimento democratico” per uomini e fondi di partito poi oggetto delle squallide vicende dei mesi successivi, quando c’era un’occasione per dimostrare ai cittadini che, checché se ne dica, i Parlamenti decidono e discutono per il bene comune. Senza smentirsi hanno invece confermato il contrario.

Il 13 giugno 2011, già in serata, c’era chi, addirittura, indebitamente attribuiva meriti al proprio partito senza menzionare i comitati, i movimenti e i cittadini veri protagonisti: mai furbizia politica fu, in maniera più lampante, patetica, ridicola, segno evidente di assenza etica. Troppo chiaro il distacco tra l’improbabile e insipido favor referendario, o meglio, post-referendario della classe politica e le parole piene di consapevolezza del popolo dell’acqua, un’umanità che riafferra la dignità e l’orgoglio di credere in qualcosa ed essere qualcuno per sé stesso e per gli altri prima che avere. Se le mode fossero il prodotto dell’intelligenza popolare e non strumento di omologazione dei costumi, da quel giorno, le t-shirt con la scritta «12 e 13 giugno 2013, io c’ero» avrebbero sostituito completi giacca e cravatta e tailleur, assumendo che l’eleganza è questione interna alle menti, mentre un abito firmato possono indossarlo anche Penati, Lusi, Fiorito, B., Dell’Utri, Cesaro, Cosentino, Milanese, Papa, Bossi, Calderoli, Mussari.

E allora bene che sugli schermi dietro al palco passassero immagini mute, a restituire la distanza tra chi festeggiava perché la politica è ancora qualcosa in cui credere e quelli per cui è una professione, un potere da esercitare e, in tempi di crisi economico-finanziaria, un debito da pareggiare ossequiando logiche neoliberiste e facendo sempre salvo l’interesse di chi economicamente può troppo, forse tutto.

Pensieri da bar, sfogliando i quotidiani in tempi di campagna elettorale, tra frattaglie di Pdl, l’impaccio di un economista entrato in politica per nomina e seduto lì dove mai sarebbe arrivato contando sul voto democratico e un centro-sinistra la cui voce, assente durante la campagna referendaria, si gonfia ora dello slogan «Italia bene comune» pressappoco con la stessa convinzione con cui si indossa un bel vestito, di quelli con cui non servono azioni per sentirsi eleganti e, infatti, non una parola sui referendum del 2011, sull’eliminazione dei profitti dai servizi pubblici e sullo stop alle privatizzazioni dei beni comuni; al contrario, istruzione, sanità, trasporti, acqua, patrimonio culturale, spiagge, inceneritori, discariche, qui il Paese vogliono venderlo a pezzi: l’eleganza della politica, il dogma della spending review.

Pensieri da cornetto e cappuccino, certo, ma ispirati dalla solita campagna elettorale a tarallucci e vino.